Il carcere non è sempre uguale a se stesso…

Aprile 4, 2012 Posted by Carceri, Tracce 0 thoughts on “Il carcere non è sempre uguale a se stesso…”

… come tutte le cose che appartengono al genere umano sono sempre singolari mai plurali. Generalizzare ci rassicura, ci aiuta nella logica del ragionamento ma è fortemente illogico e paradossale.
Incontro al carcere di Poggioreale
Il racconto del racconto per la temporalità che, chi sa perché, è uno dei miei argini, il confine buono.
Quello che sorprende è il portone di Poggioreale, non è un portone e nemmeno una porta, è una porticina, una porticina che chiude un edificio enorme, brutto. Brutto nel cuore della città. Si entra e il comportamento delle guardie già ti catapulta in un’altra dimensione, devi posare le “ tue ” cose anche se praticamente non hai quasi niente. In particolare quello che fa paura al carcere è il cellulare, qualsiasi forma di comunicazione va filtrata, documentata. Viene negato un bisogno primario dell’uomo, quello della comunicazione e questo accade nell’epoca della comunicazione a tutti i costi, di una comunicazione talvolta coatta. I cancelli che si chiudono dietro di te sono sempre inquietanti, poi si ripete lo stesso copione. Ci vogliono piazzare su un palcoscenico, in alto rispetto ai detenuti che in questa occasione sono molto più numerosi, almeno una settantina. Ferraro lo impedisce a favore della circolarità. Sono felici dell’incontro anche se non conoscono Ferraro e non sanno cos’è la filosofia in carcere, né tantomeno hanno mai sentito parlare dell’Arte della felicità. Si sono macchiati di crimini minori, entrano e escono dal carcere con una certa “flessibilità”. Le condizioni di vita che raccontano sono promiscue, fuori dai limiti del vivere civile. Sono 7/8 in una cella, con un solo bagno. Cucinano in cella, utilizzano una specie di spaccio che sta nel carcere, chi ha i soldi si consente di fare la spesa. I racconti sono rivolti alle famiglie; le famiglie dei carcerati sono carcerate. Per un colloquio con i loro cari sopportano file interminabili, tutta la procedura di spogliazione, alla quale noi stessi siamo stati sottoposti, l’attraversamento di cancelli con gli annessi odori che si infilano nel naso e non ti abbandonano più, come l’odore della morte e della malattia. Un incubo! Questa dei familiari è una delle pene maggiori a cui sono condannati. Hanno poco tempo per raccontarsi tra la presentazione di Pino, il discorso della direttrice, l’inizio del lavoro sulla verità e sulla felicità. Qui sembra che ci sia poco spazio per relazioni di verità. E’ molto bello l’intervento del bibliotecario; narra della strana situazione che vive nel giorno della distribuzione dei libri ai detenuti. Vede le celle da fuori e prova sensazioni che non riesce bene a definire. Con occhi nuovi guarda ai suoi compagni di sventura che ora vede distanti, come se quella vita non gli appartenesse per gli altri 29 giorni del mese. Riporta, forse senza saperlo, all’importanza del punto di vista che assumiamo, spesso inconsapevolmente, in qualsiasi situazione della nostra vita. Rivedere “L’attimo fuggente” nella scena in cui il professore sale sulla cattedra e invita i suoi studenti a farlo? Guardare in cerchio, a 360°, rimanda alla testarda circolarità di Ferraro, al cerchio come figura geometrica perfetta.
Gli altri, le famiglie, gli affetti, la libertà hanno senso solo quando li perdiamo, perché? Forse è questo il senso della morte, come perdita definitiva della vita che sfugge mentre l’attraversiamo? La morte per comprendere la vita, per abbracciarla tutta …
Incontro alla Casa Circondariale femminile di Pozzuoli.
E’ difficile parcheggiare fuori alla Casa Circondariale(questa definizione di carcere risale al 1918) di Pozzuoli ma la giornata è bellissima, il golfo magnifico. Questa volta siamo preparati e ci presentiamo al controllo delle guardie già perfettamente spogliati di oggetti che non sono ammessi in prigione. Forse siamo più spogliati del necessario … i cellulari si possono lasciare in un armadietto che si trova nella portineria. Il controllo dei documenti è rapido e ci vengono restituiti subito con un cartellino con la scritta “visitatore”. Dopo una breve sosta nell’androne entriamo in un giardino bellissimo. Pino viene trattenuto, noi siamo invitati ad andare a prendere il caffè al bar del carcere. Non è che abbiamo sbagliato luogo? Pino non torna, siamo un po’ preoccupati,( anche se ci stiamo godendo il sole), quando arriva Fausta, una delle docenti della scuola che funziona in carcere, fino al biennio delle superiori. Ci spiega che Pino sta risolvendo il problema della location, anche qui ci volevano mettere sul palcoscenico. Ma come mai? Perché dovremo rappresentare uno spettacolo? Ma poi uno spettacolo filosofico, con discussioni su verità, felicità? Non può essere il caso, è il terzo carcere che ci vuole spettacolarizzare … Inoltre ci spiega che una casa circondariale non è esattamente un carcere definitivo, si tratta piuttosto di un luogo di transito da un carcere all’altro, da una situazione all’altra. Ci sono i gironi come nell’Inferno di Dante: all’ultimo piano ci sono le Definitive che sono una quindicina. Hanno pensato che erano poche e allora hanno coinvolto quelle del secondo piano che però non avevano firmato la liberatoria perché fino all’ultimo non erano previste. Loro sono le Appellanti, hanno fatto l’appello e sono in attesa della sentenza dopo di che verranno trasferite in un altro carcere, spesso un carcere maschile con un braccio femminile. Infine al primo piano ci sono le Appena Arrivate che ancora non hanno fatto appello né sono in attesa di sentenza. Ci racconta la storia di E. un’extracomunitaria. Il figlio malato di tumore aveva bisogno di cure molto costose per affrontare l’intervento. Qualcuno in ospedale le consiglia di portare un pacchetto in Italia per ottenere i soldi necessari. Lei accetta anche perché nel suo paese è normale trasportare quel genere di pacchetti … e invece atterrata in Italia viene quasi immediatamente arrestata. Trasportava 1Kg di cocaina. Al momento dell’arresto non capisce, nel suo paese non funziona così, non ha rubato niente! Rubare quello si che è un reato. Viene portata alla casa circondariale di Pozzuoli. Fausta continua a raccontare storie e tutto quello che si fa in carcere per le detenute: teatro, scuola … tuttavia molte di loro sono colpite da gravi forme di depressione ed è molto pericoloso lasciarle sole, è facile che si facciano del male. Finalmente la situazione si sblocca e ci portano nella zona centrale del giardino con le sedie messe in circolo come suggerito dal Prof. Che arriva e come succede puntualmente fa spostare tutte le sedie(“ognuno ne prenda almeno due”) dall’altro lato del giardino, nella zona esposta al sole. E’ troppo divertente il nostro Prof. e chi non sa che uno degli aspetti fondamentali dell’apprendimento è il piacere, il divertimento? Cominciano i lavori.
Siamo alla terza direttrice donna ed è evidente che nutrivo il pregiudizio che quello del direttore di carcere non fosse un lavoro per donne; a questo punto mi è chiaro come il sole che non è un lavoro per me ma può esserlo per qualsiasi altra donna con caratteristiche diverse dalle mie.
Pino parla dell’Arte della felicità e spiega che è l’arte di dare vita. “E’ felice chi dà felicità. La realizzazione di sé si accompagna con la felicità degli altri, di quelli che stanno intorno a noi. Quelli che vincono al superenalotto fanno sempre una brutta fine. La fortuna non dà la felicità. L’arte della felicità è l’opera. Bisogna fare della propria vita un’opera d’arte.” (Segue la citazione del film “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, tra verità e finzione). La somiglianza dà la felicità; gli amanti a furia di carezzarsi si modellano in qualche modo, bisogna fare una scultura, una scultura di sé, scolpire la propria interiorità, il disegno di sé come si è dentro. Quante volte le coppie si dicono: “non mi conosci proprio!”.
Le donne applaudono, sono infervorate dal discorso del Prof., hanno molto da dire, in particolare una di loro … Applaudono continuamente e questo è già successo a Carinola, a Poggioreale, perché? Qual è il senso?
Le loro voci.
– Le persone belle fanno cose belle.
– Le emozioni, il dolore che noi viviamo sono uguali, dobbiamo avere più fiducia in noi stesse. Io per esempio sono cresciuta tardi, ho 40 anni. Nasce di conseguenza, quando ero fuori mi serviva il gruppo, ma poi grazie ai masti con cui ho lavorato ho imparato tante cose. Certo le ferite sono là, uno se le porta dentro.
– Il carcere mi ha aiutato a crescere, mi ha dato l’opportunità di andare a scuola, poi abbiamo fatto un coro bellissimo, sono venuti i figli a vederci.
“Le insegnanti qui vi pensano continuamente …”
– Anche il personale per noi è importante, sono brave persone. Il passato è passato, rifiuto(?) e vado avanti.
“Qua si vede che c’è una relazione. Le regole devono essere accompagnate dalla relazione. Relazione – regole, qui si respira questo. Questa è la relazione più bella. Adesso parliamo di verità – o munn’ a verità – si dice in dialetto, dove non si parla, esplicitamente sincero … a capa fuori a capa dentro … una persona è libera quando viene ascoltata. Pensate a – quann e marit nun c sentono – chill nun vo’ capì … la verità sta nell’ascolto, ascoltare e dare ascolto, dare il tempo, tu parlando ti puoi ascoltare. Sant’Agostino diceva “ torna in te stesso”, perché la verità abita lì. Quello che manca è l’educazione ai sentimenti, dare la parola a quello che uno sente. La verità è un modo di abitarsi, quando si ritorna si sta a casa”.
– Vi voglio ringraziare perché siete qui, noi ci sentiamo escluse dal mondo, questo è l’inferno dei vivi, in questo posto non si può parlare di felicità. I colloqui con i parenti sono ancora più dolorosi, il dopo è terribile. L’unico momento di gioia è quando aiutiamo un’amica o quando ci danno la notizia che ci fanno uscire.
– A volte mi chiedo ma prima ero felice?
Applausi.
“ Entrando in carcere lasciamo un altro carcere, questo posto è utile solo per chi lo vuole capire”.
– Solo qui capisci i veri valori ma potevamo evitarlo e non l’abbiamo fatto.
“ Pensiamo alla nostra città, ci sono strade che sono un carcere a cielo aperto. Noi facciamo finta di niente, facciamo finta di non soffrire. La sofferenza ci istruisce qua ma non fuori, quando ti dispiace …”
– Anche la vita ti porta a sbagliare, qua dentro hai la possibilità di conoscerti. Fuori nessuno ti aiuta e invece bisognerebbe aiutare le persone fuori. Per esempio quando mai ho pensato che mi dovevo fare una mammografia o altro per curare la mia salute, nessuno me lo ha mai detto.
“ Ci vorrebbe un mese di carcere per tutti. I cattolici per esempio fanno i ritiri spirituali.”
Racconta di quando a Scampia per la 1° volta ha sentito l’odore dei gelsomini.
– A Scampia ci sono molte cose belle e molte persone per bene, ci sono molti lati positivi.
– Anche a Ponticelli, l’IPIA fa tante cose belle e buone grazie ai ragazzi.
– Io ho capito che se vuoi bene a te stessa vuoi bene a tutti, io non ho negatività.
– Pensa a quanta falsità c’è … fuori … dentro …
– Se io mi faccio avanti tu cominci ad avere fiducia. Io per esempio sono molto socievole però ci sono momenti in cui mi chiudo. Ad ogni modo qui ci sono persone in grado di consigliarti in modo disinteressato.
Applausi.
– Dovremo essere come una famiglia.
“ Ognuno dice dell’altro ciò che sa di sé”.
Fausta in sottofondo continua a parlare, ha tanto bisogno di raccontare.
– Il giudizio fa paura. Loro sono di un altro paese, il nostro isolamento è immenso a causa della lingua che non capiamo, non parliamo bene, perciò la disperazione ti può spingere a farti del male.
“L’educazione si dà per somiglianza per questo sono molto importanti i rapporti che stabilite tra di voi. Pensate a quante volte avete voluto somigliare a qualcuno, fuori tante cose non si riescono a vedere”.
Il dolore di E. seduta accanto a me è palpabile, solidifica l’aria intorno a noi. Si tratta della protagonista della storia che ci ha raccontato Fausta poc’anzi. Le accarezzo il braccio, quando ci salutiamo ci abbracciamo, penso alle storie delle donne nate nell’altra metà del mondo …

Anna Serio