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Insegnare filosofia: metodi, modelli, esperienze

Restituire

La filosofia è l’unica espressione di sapere che porta un sentimento nella sua denominazione. Non è insegnabile, nel modo in cui si può intendere l’espressione come immissione di segni ovvero come passaggio di segni. A restare sulla metafora, la filosofia passa il segno. Eccede. Interpreta. Richiede quella particolare applicazione a se stessi che si comprende come autoriflessività e che meglio si precisa come conoscenza e cura di sé. Non la si trasmette come sul filo del discorso o sulla linea della scrittura. Non si lascia trasferire o instillare, trasfondere o tramandare come un corpo di dottrine che restino sempre uguali nell’enumerarne leggi e significati depositati. “Si” sottrae. “Si” modifica. Ed è tale che quel “si” impersonale del modificare che rappresenta il proprio modificarsi. Husserl chiarì una volta per tutte che la scientificità della filosofia non è l’esattezza, ma il rigore. Non la certezza delle prove, ma la relazione di verità. Una questione di modi, di affetti, secondo la lezione spinoziana, una questione di atteggiamenti (ancora Husserl), di regole (Descartes), o posture di pensiero, (Nietzsche), di presa di coscienza (Marx), di riconoscimenti (Hegel), di decistruzioni (Derida) ed espressioni (Foucault). Si potrebbe continuare nell’elenco, richiamando tutto il “corteo dei filosofi”, come li chiamava Platone. Alla fine si arriva sempre a quel punto: insegnare filosofia è piuttosto restituire se stessi a sé come altro, essere altro tra altri.

L’immagine della non insegnabilità, come è noto, è di Platone, che pensava ad una pedagogia non didattica, come si legge nel Menone. C’è poi l’altra scena, quella del Simposio, quando  Agatone chiede a Socrate di stargli accanto, al fine di poter ricevere per contatto qualcosa della sua sapienza. La trasmissione del sapere non può avvenire allo stesso modo del travaso del vino da due bicchieri collegati da un filo di lana, gli risponderà  il filosofo. Ancora più significativa è la scena successiva, quando di li a poco i simposianti sederanno uno accanto all’altro per passarsi la parola e tenere un discorso sull’amore. Ognuno farà il proprio e sarà diverso da quello di tutti gli altri, confermando come dell’amore si può parlare in molti modi alimentando una diversa prospettiva di sapere a partire dalla propria esperienza e professione. Quando poi ancora più oltre si presenterà Alcibiade sedendo in mezzo tra Agatone e Socrate, immaginando di procurasi a quel modo l’amore del filosofo ricorrendo all’espediente “logico” di un sillogismo di cui lui, il più giovane, sarebbe stato il termine medio, il risultato sarà di confusione. Infine Socrate, nella chiusa della messa in scena del dialogo, commenterà come chi scrive tragedie possa anche scrivere commedie. In fondo la filosofia non è insegnabile per questo: cade sempre nella sua incomprensibilità, può suscitare la più seria attenzione e la più disincantata derisione. Bisogna farne esperienza.

La filosofia reclama un sapere che un sapersi. Questo il suo inciampo: reclama un atteggiamento, un rigore, una regola, un’etica del sapere, reclama un comportamento che sia un’incorporazione del sapere, facendone qualcosa del tutto singolare. Come per i sentimenti, che sono assolutamente singolari, per quanto ognuno possa dire di provare lo stesso o di aver provato lo stesso.

Quello starsi accanto, di cui si parla per il Simposio, Nietzsche lo chiarì come il rapporto dell’artista con la sua opera. Uno starsi accanto nell’assoluta singolarità e alterità, sperimentando come gli effetti siano separati dalle intenzioni. Ed è qui che si scopre il giro di volta di ogni legittimazione dell’insegnamento della filosofia. Lo si ripete spesso: “la filosofia permette di apprendere la logica e la critica del pensare”. Bisogna aggiungere che è una critica rivolta a sé stessi e una logica chiamata a riordinare i propri atteggiamenti incoerenti e inaderenti.

Insegnare filosofia è dare parola. Darsi la parola, rivolgersi. Fare mondo. Come solo è possibile, passandosi la parola. Non per spiegare ed esporre esattamente. La parola è prima di questo o quel riferimento all’oggetto che si espone. E’ relazione. Richiede complementarità. A se stessi. Agli altri. La parola prima che significhi questa o quella cosa, è rivolgimento da parte a parte. Fa mondo. Ci si rivolge. Ci si rivolta anche. Si è rivolti, ad altri e a se stesso. Insegnare filosofia è restituire il proprio sapere come propriamente dell’altro. Non uno scambio, non un dono, non un promessa, né una missione, semplicemente una restituzione nel gioco di riflesso dal sé all’altro senza altro specchio in mezzo che non sia la parola data e appresa.

I modi e l’esperienza

La filosofia non è insegnabile, se ne fa esperienza. Ed è qui la difficoltà di stabilire forme e programmi, contenuti e metodi di scuola, se sia insegnabile per mezzo della storia dei manuali, per moduli tematici, per racconti ed esperienze, per risoluzione di problemi o con quali strumenti, leggendo i testi, i classici o provare a leggere testi poetici e miti, o seguire un testo teatrale, cinematografico, ricorrendo al dialogo, alla conversazione di gruppo, alla lezione, alla ricerca documentale, all’elaborazione propria. Il fatto è che ogni strumento è buono se viene bene usato. Il fatto è che lo strumento e le tecniche utilizzate diventano buone ed opportune per come le si dispone e se ne dispone. La filosofia è prima di una materia, una disciplina, una disposizione di sé tra e con gli altri. Ed è questa la sua difficoltà. Ma è questa anche l’esigenza per cui se ne sollecita l’insegnamento non solo per i licei ma per ogni ordine e grado della scuola, a partire già dalla primaria.

Il fatto è che tutte queste modalità e modelli, insieme alle loro esperienze sono valide. Non lo diventano se da gli strumenti e i modelli diventano poi fine a se stessi, passando da mezzi a riduttori. La difficoltà è già nella constatazione che ogni filosofo si rapporta ad un genere letterario, utilizza quelli esistenti, ne inventa altri. Allora ci sono i dialoghi (Platone) e le lezioni (Aristotele), i discorsi (Descartes), i diari (Kierkegaard) e le confessioni (Agostino), i trattati (Spinoza) e i romanzi (Rousseau), i poemi (Parmenide) e gli aforismi (Nietzsche). E si può continuare ad enumerarne altri. Husserl chiamava Dichtungen le opere dei filosofi. Dichitung, nella sua lingua indica tanto il poema che la guarnizione, la cornice che difende. Le forme espressive non sono indifferenti dai contenuti. I generi letterari sono disciplinari.

Diogene Laerzio, che fu il primo storico della filosofia, non elaborò un manuale. Compose la vita dei filosofi. Se ne poteva cogliere l’ambiente, le vicende, le sollecitudini, gli aneddoti, le dottrine. Nei manuali di storia della filosofia la vita dei filosofi è riportata a corpi tipografici minuti, lasciando a discrezione dello studente la possibilità di saltarne la pagina, quasi che la vita del filosofo sia “sotto corpo”, sotto il “corpo scritto” dei suoi testi. Seppellito dal testo. Né si lascia intendere per questo che un testo possa esserne stato un gesto di parole.

Aristotele fu il primo a riportare su ogni argomento trattato quello che altri avevano sostenuto per meglio confermare il suo discorso. Platone non gli fu da meno, confrontando ogni volta una posizione con un altra, ma lo fece diversamente, direttamente. Non riportando il testo. Non citando l’altro come davanti al tribunale della ragione, ma esponendosi direttamente. Non parlando mai in assenza. Platone elaborò a questo modo una filologia della voce, e non del testo dell’altro. Si riferì piuttosto alla coerenza o all’attribuzione del discorso a chi lo enuncia nel momento in cui ne fa parola.

E’ dunque una questione antica, la questione di sempre, se riferire l’apprendimento della filosofia alla storia dei manuali o se lasciarla apprendere per letture interpretative dei classici; se seguire lo sviluppo degli ambiti teoretici o se riferirsi alla terminologia specifica; se privilegiare il piano analitico o quello interpretativo; se trovare per ogni filosofo una collocazione dottrinale o se lasciare il suo copro scritto alla mappa concettuale della sua ripetizione o se, infine, procedere per la via di una filologia della propria voce che ne assume l’esposizione in gesti di parole.

Il diritto del privilegio

Fatto sta che l’esigenza di svolgere la filosofia nella scuola per ogni ordine e gradoapre a prospettive di applicazioni e funzioni più ampie di quella tradizionalmente riferita ai classici e alla manualistica della sua storia. Portare la filosofia negli istituti professionali o nelle scuole primarie comporta una modificazione essenziale dei metodi, dei moduli, dei modelli e delle pratiche tradizionalmente in uso per i licei e che restano in ambito specifico e proprio per tale non trasferibili in altre condizioni e situazioni. Di là dal dato formale delle specificità, è la domanda stessa di filosofia che viene modificando la sua esigenza.

Bisognerà allora partire dal bisogno della filosofia o per meglio intendersi dal diritto della filosofia. Se infatti la filosofia è stata nella sua tradizione un privilegio riservato a pochi è giunto anche il momento che quel privilegio diventi diritto, quello per ognuno di chiedersi del senso dei propri progetti di esistenza e delle relazioni che ne dipendono. Un diritto che non esclude il privilegio, anzi che si specifichi piuttosto come un diritto al privilegio di chiedersi del senso dei propri passi e delle parole che operano relazioni attivando nuovi legami e sciogliendone altri.

La filosofia è l’unica espressione di sapere che porta un sentimento nella sua denominazione. La si traduce come amore del sapere, ma è una traduzione che i filosofi stessi rimettono ogni volta in discussione. Hegel, per tutti, dichiarò che si dovesse smettere quella enunciazione e dire della filosofia non come amore del sapere, ma come sapere vero. Intendeva sapere assoluto, esposizione dello spirito. Conviene però riferire quel vero alla philia implicata in quel sapere. Non sarà certo l’amore, almeno come lo intendiamo secondo una definizione invece di un’altra. Philia indica l’amicizia. Neppure in questo caso tuttavia ci si può fermare al significato. Philia è certo l’amicizia, ma come sentimento che dice della verità di tutti gli altri, quello che ne svela al fondo l’espressione di un legame. Ogni sentimento è un legame. Il nodo che lo realizza è la relazione, un nodo aperto, che si lascia sciogliere e ricomporre. L’amicizia è il legame in cui tutti gli altri sono veri. Il legame di verità. Non si dice dell’amico se non dell’amico vero e non si dice del vero amico se non per nominare un patto di segreto e di sostegno. L’amico è vero come ti sostiene. L’amico si sostine. La verità è quel che si sostiene, si enuncia, e ci sostiene, come propria di sé. La verità è però insostenibile. E questo è il suo segreto che l’amico conosce e mantiene.

Il piacere e il sapere

L’amico vero è quello che può dire dell’amico ogni cosa senza che le sue parole risultino di violenza. L’amico vero non offende anche quando dice le parole più terribili sul conto dell’amico. Sono parole che mantengono il segreto del patto d’amicizia, quello di sostenersi. L’amico è il supplente del sé, Quello che è al posto dell’amico, lo stesso del sé.

La filosofia è il sapere della Philia di quel legame in cui tutti gli altri sono veri quando siano legami che sostengono la vita. La filosofia è il sapere dei legami. Quel sapersi legare e slegare. Mettersi in relazione. Con se stessi. Con l’amico.

Il piano è quello etico. La filosofia si può apprendere per relazione. La relazione insegnante non si può insegnare, la relazione insegnante è già filosofia, quando sia riferita alla sostanza delle cose, al sostenere l’altro e sostenersi.

La questione allora si pone altrimenti. Non è come si insegna per sapere ma come si può restituire all’altro più giovane il piacere di apprendere. Come si può portare il giovane al piacere di sé, al piacere dell’apprendere, al piacere dello stare in una relazione di verità.

I metodi, i moduli, le storie, le esperienze, vanno riportate allora al piacere di apprendere. E forse della filosofia si potrà dire non che vale a istruire sulle modalità del pensare critico o logico, ma che vale ad apprendere il piacere di apprendere, vale al piacere del sapere. Ed è questa una prospettiva che sale sulla funzione stessa del sapere. Sale fino al dolore del sapere, sia alla sua “dolorosa” fatica sia al dolore del sapere, fino al “meglio non sapere” corrispondente al “meglio non dire la verità”.

Come sapere allora? la domanda si estende sfuggente nell’ambito di una disciplina, e se riferita alla filosofia riguarda come tale quella disciplina in cui tutte le altre siano vere. La disciplina del piacere. Le forme sono il piacere di sé, la soddisfazione, il piacere dell’altro, il piacere della relazione, delle parole, del verso, della pagina, del linguaggio, della conoscenza, dell’apprendere… Si può continuare, il punto di applicazione pare sia questo, il piacere. Niente di più inquietante. Niente che più si assomigli al daimon, niente che più si rapporti all’esigenza dell’eudaimonia, della felicità concepita come aggiustamento del piacere, come un piacere buono.

Non deve sorprendere che Platone ad esporre il profilo di Eros usi le stesse parole che Eraclito riservava all’ethos, dicendolo daimon. Il dio di mezzo, quello che è questo e quello, il demone, divenuto in seguito demonio. Quel che ti trascina di qua e di la, ma di dentro. Quel che fa piacere questo e quello. La filosofia si rapporta al piacere di apprendere, nella sua riflessività ad apprendere il piacere di apprendere.

Per questa via si potranno i metodi, i modelli, i percorsi, i contenuti, i linguaggi e i generi letterari, si affollano in un concorso che li vede vincenti tutti insieme. Ancora Husserl affermava che per cominciare ogni punto va bene, quel che conto è il processo che si viene dispiegando. Ed è qui che entra la filosofia come disciplina. Il piacere di sapere come piacere di stare insieme. Di stare bene insieme in una relazione di amicizia. Che si chiami condivisione, ed indicare il mettere insieme le propria divisioni, il proprio tempo e il proprio sapere, insieme, accanto ad altri che non di cui non si sapeva, per fare sapere insieme. Che si chiami solidarietà o altrimenti. Il punto di arrivo è quel che conto e quel punto di congiunzione del mondo e della vita, del mondo della vita, quando si può dire di mettere al mondo la vita e di dare vita al mondo. Sempre migliore.

Nel corso dell’esperienza promossa dal CIRED abbiamo provato a tenere lezioni, moduli tematici, con percorsi storici, confrontando “detti” di filosofi prima ancora che citazioni. Abbiamo privilegiato la parola al documento o reso il documento una parola, appunto un “detto”.

Abbiamo inoltre utilizzato il linguaggio cinematografico. Prodotto inchieste, Osservazioni, Immagini. Musiche che facessero colonna alle immagini filmate. Soprattutto abbiamo prodotto luoghi. Spostandoci da una parte all’altra, in un viaggio di conoscenza, interiore e fuori.

Dar luogo alla filosofia questo significa, riportare la filosofia nei luoghi, fare diventare i luoghi dei testi e i testi dei luoghi, passare dallo scritto al detto, dai termini alle parole, dall’altro al sé. Una filosofia in cammino, per strade. Per legami. Per la legalità, scoprendo come a tenerla sia gli elementi pregiuridici, sentimentali, affettivi, i legami. E distingue la legalità ristretta di un gruppo che stabilisce sentenze di morte al proprio interno e la legalità legame di cittadinanza che stabilisci diritti di vita per ognuno. Capire anche che c’è una illegalità nella legalità, che questo è un nodo da sciogliere, per legarsi in un relazione di verità che annodi esistenza e vita.

La valutazione

La nostra è stata una relazione di piacere. Uno star bene insieme, apprendendo il piacere, facendo filosofia insieme ai ragazzi, tra noi, per la città, nei luoghi della città, come la scuola, e facendo scuola dove la scuola manca o è a rischio o non c’è. È un impegno.

La valutazione non può essere al di fuori della formazione, non può stare alla fine come una sentenza di giudizio. Valutare significa anche formare alla valutazione. Stando a questo legame di formazione e valutazione provvediamo a riferirci non ai singoli giudizi al giudizio che i singoli possono indicare da sé insieme agli altri, perché ne esca una valutazione formativa dell’intera classe e non del singolo.

Questo per alimentare un legame di solidarietà e di condivisione tra i ragazzi. Meglio, per alimentare un legame di amicizia e apprendere il piacere di sapersi.

Le tabelle di valutazioni sono quelle che seguono. Ma sono come la tavola kantiane della categorie tratte dai giudizi, sono vuote senza le esperienze. Un modo per valutare le categorie stesse e non le esperienze. Un valutazione della valutazione, per capire quanto siano sostenibili nelle proprie esperienze, per apprendere come rispondono al piacere di sapere.