Il “grande delinquente” in divisa da poliziotto

Benjamin

Benjamin poneva al centro della sua “Critica della violenza” l’immagine del «”grande” delinquente» affermando che «per quanto deplorevoli potessero essere i suoi fini, il “grande” delinquente ha riscosso spesso la segreta ammirazione del popolo» e precisando che «ciò può accadere non per le sue azioni, ma per la decisa affermazione di sé di cui esse testimoniano» e spiega come «l’affermazione decisa di sé, che il diritto attuale toglie al singolo in tutti i campi del suo agire, insorge allora minacciosa, suscitando proprio per la sua sconfitta, la simpatia della folla contro il diritto». Traduco Gewalt con “affermazione di sé”, perché l’ambiguità della sua traduzione con “violenza” devia in qualche modo il senso del “prevalere” come della “forza” e “padronanza” che la parola tedesca significa, perciò anche “affermarsi decisamente”, sarebbe come dire “rivoltarsi”. Il popolo quando vive il diritto dominante come estraneo e subìto per lo stato di indigenza e d’ingiustizia sociale in cui si trova, sente il “grande delinquente” come chi infrange la legge, facendo immaginare quell’impossibile sottrarsi al diritto dominante che la sua figura testimonia. I tanti film western di un tempo e quelli di grandi rapine e di grandi trafficanti, quelli che un tempo veniva chiamati i “fuorilegge”, testimoniano una via d’uscita alla noia del quotidiano e alla vessazione, Gewalt, dello Stato sui cittadini sentita come violenza da chi vive nel disagio. Il grande delinquente ha la delega dell’immaginario popolare. Benjamin precisa, non per i contenuti delle sue azioni, ma per la testimonianza di essere fuori della legge quando è sentita come ingiusta e oppressiva.
Alla fine però la “forza della legge” si ritorce contro lo stesso “grande” delinquente con “decreti legislativi” sulla sicurezza e sulle pene ancora più duri e violenti.
C’è una “mescolanza spettrale” insiste Benjamin in questo “avvitarsi” del Diritto che mostra come la violenza, la prepotenza, l’affermarsi deciso, sia nel destino stesso dell’umano. Benjamin esagera, certamente come diceva Derridà, perché avvalora ciò che dovrebbe contrastare riducendo la stessa “critica della violenza” a legittimarsi fino a sostenere quella “soluzione finale” catastrofica per l’umanità di quegli anni in cui Benjamin teneva quelle considerazioni. Furono gli anni del nazifascismo.
Benjamin inquieta ancora di più nella sua “critica della violenza” quando parla della Polizia in rapporto al “grande” delinquente. Il «Diritto della Polizia», leggiamo Benjamin, «è un potere a fini giuridici (con potere di disporre), ma anche con la facoltà di stabilire essa stessa, entro vasti limiti, questi fini (poter ordinare) … in essa è soppressa la divisione fra violenza che pone e violenza che conserva la legge.» Benjamin mostra un rapporto speculare e inverso fra il grande delinquente e la polizia. Fa capire che entrambi sono al limite della legge, la infrangono in maniera funzionale al suo inasprimento, rendendola più severa e autoritaria. L’uso della forza mostra ancora con più evidenza questa giravolta della violenza, nascosta, infranta, funzionale e riattivata. La folla si schiera a favore del grande delinquente perché è fuori legge, quando però vengono inasprite le pene che ne conseguono, si chiude dietro la porta della paura dove resta prigioniera. La folla allora ammira il delinquente e ne subisce la severità del decreto legge che ne segue restando chiusa in una paura spettrale.
Chi oggi veste i panni del grande delinquente e indossa la divisa della polizia si mette fuori legge mostrando di portare i gradi della sicurezza. Ne opera la sintesi, il doppio fondo, si rivolta e rivolta la legge a suo favore. Quando vedo chi infrange la legge con il sarcasmo dell’ovvietà e poi si veste da poliziotto per rendere più severe le leggi che infrange mi fa pensare a Benjamin, alla sua “critica della violenza”, ma mi lascia anche pensare a come altrimenti occorre reagire ad una tale rappresentazione senza cadere nell’attesa che lo spettacolo finisca con una soluzione finale catastrofica. La divisa divide e per un altro verso impone. Alla “critica della violenza” bisogna opporre una “critica alla violenza”, una critica alla prepotenza e sopraffazione che sono il fenomeno di effetti che anche evidenti cause sociali che egli stesse invece di risolvere acuisce per affermare la propria Gewalt, la sua prepotenza di padronanza.
Quello che preannunciava Benjamin fu tragico, il nazifascismo. La divisa ne è stata l’abito e il culto espressa con un proprio esercito, manipolo o milizia che rappresentasse la polizia del nuovo diritto. Il misticismo è sempre spettrale e non ritorna mai come spettro del passato. La spettralità è propria della rappresentazione del diritto della forza acquisito con la forza del consenso. Non è certo pensabile una nuova milizia, sarà forse per questo che si cerca di vestire la divisa della Polizia come propria. Quel tempo è impensabile, quello che però è pensabile è come saranno ricordati questi nostri anni se comici o tragici o l’una e l’altro insieme.

Benjamin non pensava al nostro tempo, evidentemente, e noi non pensiamo ai suoi tempi. Il totalitarismo si dà quando una parte proclama di cambiare tutto in nome di tutti. Chi pensasse che si ritorni al fascismo com’è stato storicamente vissuto, si sbaglia. La storia quando si ripete da tragedia diventa commedia. La politica attraversa stagioni in cui il potere si rende autonomo nel momento che si dichiara popolare, anzi è autonomo quando si giustifica di massa. La condizione che la rende possibile è la devastazione dello stato sociale. Il totalitarismo ha sempre come fine uno Stato senza Società. Non è rassicurante l’altro estremo di una Società senza Stato. Siamo perciò nella condizione di una vera e propria crisi istituzionale. La mancanza dello “stato sociale” pesa ormai da troppi anni ed è diventata la condizione in cui il popolo degrada a populismo ovvero da “popolo” diventa “folla”, per cui ogni individuo è un “followers” fa parte della “folla”, è chi segue in “folla”. Il popolo non c’entra, il popolo senza società non esiste, si disperde in folla. Ogni volta che viene a mancare la società il popolo diventa folla, perde un’identità, diventa indistinto, fatto di voci individuali sofferenti del disagio della mancanza di società. È la voce di strada, al bar degli attempati, è la voce di chi non ha avuto parola e che esprime rancore e contrarietà. Sono le voci che seguono in folla, followers, quelle che inventano notizie e credenze inesistenti. Si dice che sono “grida di pancia” senza alcuna consapevolezza. Si fa presto a farne uso lasciando presagire il cambiamento di tutto, la minaccia di ribellione che lascia increduli, come il ritorno alla Lira e magari al Sesterzio Romano, facendo passare dalla porta laterale del consenso il ritiro dei diritti acquisiti e a difendere una italianità fondata sulla razza che non c’è mai stata. Sono quelli che affermano che l’acquisizione di un diritto come il divorzio significa che tutti devono divorziare, sono gli stessi che difendono la famiglia e vivono separati. Chi al governo ripete queste voci procura un danno irreversibile, inventa porti chiusi, che chiusi non sono, minaccia di punire chi salva naufraghi che è il dovere del mare consegnato a chiunque si mette in navigazione. Minaccia provvedimenti, rimpatri, sicurezza, negando la memoria della storia del paese, senza un progetto politico per un nuovo corso dell’economia che segni un’altra via di sviluppo contro il latifondismo finanziario di questi anni. Sono “follisti” e “followertisti”.

Confesso che ci ho creduto. Sarà per la suggestione lasciata dai banchi della scuola, quando studiavamo la storia dei consoli romani che erano in due a seguire le sorti della repubblica con la tutela del Senato. Ci ho creduto ancora più per il convincimento che in una democrazia non può governare una sola forza politica né che l’opposizione si può mettere a criticare senza prendere parte alle sorti del paese. Se governa una maggioranza parziale o se si attribuiscono vantaggi di forza elettorale come premi di maggioranza, la democrazia vacilla. La dittatura di maggioranza è di regime. Il miglior governo è quello concorde di forze che stabiliscono un accordo di programma. Confesso che ho creduto all’accordo delle due forze al governo, ancora di più perché contrarie. Sono decenni e più che si governa altrove con la compartecipazione di due forze rimaste a lungo ostili. L’Italia arrivò per prima a una tale scelta, ma se ne ritrasse, per l’assassinio di chi se ne fece l’interprete. Una tale soluzione perché sia possibile ha bisogno che al governo ci siano delle persone che della politica non fanno un mestiere ma l’arte della libertà e perciò della manutenzione dei legami sociali.
Mi sono sbagliato. Il Potere è rimasto qual era, con le stesse forme e rapporti, con occupazioni istituzionali e favori, con la stessa espressione tribale, con interessi di parte. La cosiddetta “opinione pubblica” è stata sostituita dalla “percezione emotiva”. Non è più opinione. Non è più “quello che si pensa osservando e dialogando”. Non si osserva né si pensa. Quando il popolo perde la società che lo identifica nel percorso della sua storia, allora degrada a folla, a followers. La politica è la manutenzione dei legami sociali per il ristabilimento di una società comune di comunità sociali. Alla società corrisponde l’opinione pubblica. Mancando l’una manca l’altra.
Ci ho creduto, mi sono sbagliato, le condizioni sono queste, manca la società e l’opinione pubblica è ridotta al grado del grido individuale quale che sia quel che dice di un altro contro il quale si arma di violenza verbale, disperdendo la propria personale umanità. Bisogna rifare la società. Non la rete, quella serve a fare mappe e collegamenti, bisogna rifare la società, ritrovare i legami sociali. Il grado di libertà di un Paese si misura dalla qualità dei suoi legami sociali. In questo Paese la libertà vacilla nella solitudine dell’indifferenza sociale.

Il male viene sempre dalla banalità. La violenza della banalità è quella che porta ad una guerra civile dell’animo. Per non essere banali bisogna confrontarsi, dialogare, ragionare insieme, senza proclami e prese di posizioni in nome di una parte contro tutti gli altri. L’opinione si educa, chi governa ha una funzione educativa, è d’esempio. L’arte della politica è la manutenzione dei legami sociali, a romperli significa prepotenza, Gewalt.

È un bene quando si accende una spia di riserva del serbatoio della tenuta sociale di un paese. Allora si comprendono le ragioni di una sua regressione culturale, politica, economica e sociale. La mancanza di uno stato sociale e di una cultura sociale corrispondente alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo economico che faccia agire il benessere di ognuno con la felicità di tutti. Non è pensabile che l’intera ricchezza di un paese sia nelle mani del 5% della popolazione, mentre il restante annaspa e ci sono quelli che sono del tutto esclusi. Gli individui soli e disperati, in affanno, finalmente prendono voce lo fanno a favore di chi esce dalla legge dell’esclusione sociale, fuori della legalità a cercarsi nell’illegalità il proprio rischio e il proprio benessere distorto. L’illegalità è diventata l’ammortizzatore sociale di chi si trova fuori della società. Chi si permette di affermare che si ammazzino pure fra loro o che proclami la legittima difesa come permesso di farsi giustizia da soli e si fa fotografe con un mitra nelle mani, conferma che non vuole che ci sia giustizia sociale, vuole che non ci sia società, vuole che ci sia la folla e non si ritorni ad essere popolo, vuole followers.

C’è un modo per “maleducare” l’opinione pubblica ed è il sarcasmo. Chi governa con frasi da strada, fa l’elenco di ciò che non credibile perché nefasto per i valori sociali. Conviene alimentare rancori e contrasti nell’animo di ognuno a favore e contro, lacerando quel che resta dei legami sociali. Si può pensare che siano operazioni d’“intelligenza politica”, in quanto favoriscono interessi di parte da sempre sostenuti e rivendicati. Non è intelligenza politica è irresponsabilità. Ogni aspirante dittatore è tale, perché solleva contrarietà, distrae dalle esigenze reali, depista, nasconde interessi, elegge un nemico debole, meridionali, migranti, senza casa, nomadi, indicati come cause del mancato avanzamento del modello economico del feudalesimo finanziario. Il meridione diventa la causa del freno di sviluppo del settentrione, il migrante la causa della mancanza di lavoro del meridione, i senza casa diventano la causa della mancanza degli alloggi. Bisogna allora garantire l’ordine di sicurezza per garantire il benessere a chi ce lo ha già. Si sceglie un nemico debole, si alimenta il dissapore. La forza di ognuno si misura dalla forza dei nemici che si scelgono così come si misura la qualità del proprio progetto politico.
Bisogna che la politica ritorni ad essere espressione della manutenzione dei legami sociali, della forza della società come dell’opinione pubblica. Bisogna ritrovare il paese disperso, ritrovare il popolo e non folla.

C’è un momento in cui le analisi non bastano, bisogna farsi avanti. Bisogna ricomporre la scoetà. La politica è la manutenzione dei legami per una società comune di comunità sociali (gf)