il 17 febbraio di Giordano Bruno

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E poi Giordano Bruno, lo incontri per le strade delle sue pagine, ne senti la voce, puoi immaginarla veloce, accesa, incalzante. T’invade, ti assale. È all’aperto, per strada, anche quando è al chiuso, anche quando è solo. S’infervora. Era uno che “s’appicciava” come si dice così da queste parti. La sentenza di condanna lo dice “eretico”, “pertinace”, “impenitente”, “ostinato”. Si va sempre alla persona quando si parla della sua filosofia. A San Domenico la sua commemorazione è stata speciale. Dapprima il concerto nella basilica con Antonella De Pasquale e Francesco D’Acunzo, piano e flauto, si respiravano l’una l’altro in note. Nel cortile ci siamo riuniti in tanti per il falò voluto da Nino Daniele, per sottrarre il fuoco a quella cronaca d’ingiustizia e restituirlo al grado simbolico della storia della filosofia. Com’è in quegli “eroici furori” dei suoi dialoghi. C’era anche il sindaco della Città, giusta la sua presenza. Giordano Bruno appartiene e vive di questa Città. I suoi passi seguono il cammino della filosofia che nasce a Napoli.
Commemorare è ricordare insieme. La memoria non è solo ricordo. Ha un doppio fondo. Platone distingueva “mneme” e “anamnesi”. Una è il ricordo di quel che hai vissuto e ne riporti l’immagine. L’altra è il ricordo di quel che non hai vissuto, ti sovviene l’idea. Il ricordo è di quello che è accaduto, la ricordanza è di quel che non è avvenuto in quello che accaduto. Il ricordo è la memoria del fatto, la ricordanza è la memoria del desiderio. Si tiene nascosto nell’oblio, come nel guscio segreto della stessa vita. La viviamo e la dimentichiamo, ci dimentica. La vita passa, viene dalle nostre parti, la siamo e l’abbiamo, la perdiamo e non l’abbiamo mai avuta e vissuta.
Il desiderio è come l’inverso della nostalgia. È il ritorno di quel che non c’è stato, ma è un ritorno. Viene dall’altro che incontri e te la fa ricordare. C’è quel verso nel dialogo degli Eroici Furori, il Quarto, si legge: “Va … e non tornar da me se non sei mio” può ripetere così chi ama seguendo la chiusa di quei versi.
È questo “mio” che inquieta, l’amore è un possesso senza proprietà. Chi ama ne conosce la gioia e il dolore, “sei mio, non di me”, “sei mio di te in me”. Ed ogni volta che vieni ritorni. Chiunque viene ritorna, perché la vita che viene al mondo ritorna. Giordano Bruno queste cose le fa capire. Vengono dalle sue pagine, che sono scritte di voce. Il segno scritto ne è la traccia e la sua scrittura è davvero un’incisione, una registrazione. Era pittore e scultore, poeta, le pagine scrivendo le dipingeva come tele.
La vita fa questo strano montaggio in chi la vive, lo carica di desiderio e nostalgia. Chi abita questa città sa come stanno insieme ed è l’“apucundria”. La nostalgia del desiderio di quel che c’è, dell’attimo, come può darsi il ricordo del presente di quello che si vive adesso, in questo istante, per trattenerlo e perdervisi. È strano, familiare ed estraneo. Come dire tutte queste cose senza soffrirle e gioirne? Senza infiammarsi e senza ostinarsi a ripeterle a chi non vuole sentirne e non vuole vederle, per bisogno di ordine di sicurezza d’integralismo razionale o nazionale. Come dire questo amore della vita, che è improprio. Giordano Bruno ti mette addosso questi pensieri che questa città espone senza costo a vederla e respirarla, vestendo di una bellezza che ch’è divina.
Provo così a commemorare Giordano Bruno, tenendo insieme questo doppio fondo della memoria del ricordo e dell’idea, dell’accaduto e del non avvenuto, del fatto e del desiderio. Fu ostinato, impenitente, pertinace, eretico, come dice sentenza. Semplicemente era quello che diceva. E non per coerenza. Non è perché facesse quello che aveva detto, ma per essere quello che diceva. Per appartenenza alla stessa vita. Giordano Bruno non pensava ad un Dio esterno ed estraneo, fuori di sé al quale piegarsi per obbedienza di fede. Giordano Bruno «dice il regno di Dio esser in noi e la divinitade abita in noi». Non è la coerenza del detto e fatto, ma della corrispondenza all’amore della vita. Non poteva abiurare, la sua non la ricerca di un oggetto da definire per legge fisica o per oggettiva costatazione. L’oggetto non gli stava davanti raffermo come preda. Era lo stesso oggeto divenuto nella sua transformazione.
Prima ancora di ricordarlo nelle sue “dottrine” bisogna andare sulla voce delle sue pagine ricche d’immagine simboliche da rappresentare un gesto di pensiero e del suo abbandono.
Giordano Bruno riprende così quel mito di Atteone. Lo trascrive in poesia. Lo commenta, lo fa diventare emblema del suo cammino e della sua ostinazione. Atteone nel mito è il giovane cacciatore, il più valente tra i suoi coetanei. È abile predatore, non gli sfugge nulla, è audace, può avventurarsi anche da solo tra le selve, alla ricerca della sua preda. Quel giorno esce a caccia con i suoi amici, ma ben presto si allontana dalla comitiva, attratto da qualcosa che sente e non sa. Si avventura. Arriva dove lo spinge lo sguardo verso una radura in quel punto che si apre come una stanza in quadro che la raffigura. C’è una sorgente di cui sente lo scorrere. Si avvicina, scosta qualche fronda di ramo per gettarvi lo sguardo e ne resta incantato. Vede la natura nuda. È Artemide, nel mito. È circondata dalla ninfe. Lo vede vedendosi vista. Lo incanta e lo incatena. Fa un gesto lieve. Intinge la mano nell’acqua e gli spruzza in viso le gocce dalle dita. E gli dice, va’ racconta adesso quello che hai visto se ne sei capace.
Atteone si ritrae si gira sui suoi passi e comincia a correre senza fermarsi, avverte che la sua corsa è così veloce come non è stata mai, corre e corre, mentre sente le voci degli amici che dietro lo rincorrono coi cani. Sono più vicini, chi da una parte chi d’altra a circondarlo. Li sente chiamare “Atteone”, li sente che lamentano la sua assenza, perché quel cervo che hanno di mira è il bello esemplare che mai sia stato visto. Ma è Atteone, è lui il cervo. I cani gli sono già addosso e lui può solo implorare con gli occhi i suoi amici perché capiscano di non ucciderlo, perché è lui il loro amico, è lui il più valente cacciatore divenuto la preda cercata.
Il mito è questo. Si diventa preda da predatori. Si diventa quel che si caccia. A Giordano Bruno dovette sembrare così vicino quel “video” d’immaginazione del mito che lo elesse a sua sembianza. Lo mise in versi e poi ne raccontò la spiegazione. È adesso egli stesso Atteone in grado di raccontare come gli aveva detto Artemide, la nuda vita.
E lo racconta, lo spiega. Segue l’immagine simbolica dei “mastini” e dei “veltri”, dell’intelletto e della volontà, come delle selve e dell’incerto cammino. «Il giovane poco esperto e prattico, come quello di cui la vita è breve ed instabile il furore, nel dubio camino de l’incerta ed ancipiente raggione ed affetto designato nel carattere di Pitagora, dove si vede più spinoso, inculto e deserto il destr e arduo camino, e per dove costui slaccia i veltri e i mastini appo la traccia di boscareccie fiere che sono le specie intellegibili de’ concetti ideali; che son occolte, perseguitate da pochi, visitate da rarissimi e che non soffrano a tutti quelli che le cercano.» Seguono le altre “immagini” fino al punto in cui quell’umano e divino, quel divino e umano si concentrano in quel che ora diciamo vita, «il più bel busto e faccia».
Umano e divino sono diversi da apprendere, ma il “suggetto” è “medesimo”. Siamo vita e abbiamo vita. Si può dire così quella diversità del medesimo. Giordano Bruno si fa Atteone, ma non muore dilaniato dai cani e ucciso dalle frecce dei cacciatori. Il suo racconto dice che divenne da predatore la sua preda. «Intendo, perché lo amore transforma e converte nella cosa amata».
Atteone non muore, si transforma e si converte e “vede” la vita e e ne è preso. Vede la nuda vita, «dice, dunque, cossì l’alma, come languida per esser morta in sé e viva ne l’oggetto.» Non è più di quel che si vede e pensa perché tutt’uno con la vita e lo diventa. E non è facile, ci si tormenta come in amore l’animo non s’appaga, «stimola sempre oltre quel che possiede». «Abbiate cura, o furiosi, al core».
Ci si sente banditi dalla vita nel mentre che si vive in sintonia d’intimità quasi non esistendo, proprio e improprio. Abitando quello scarto, quel doppio fondo che è del ricordo dell’essere che si è e del desiderio di diventarlo. Finito nel nell’infinito. Quasi caduto come chi finisce nell’infinito. Come la vita che finisce nella vita ed è finita nella vita. Non ne può uscire, non vi è mai entrata prima, c’era come c’è e ci sarà. La terra stessa è vivente ed è finita nella vita infinita dell’universo, è anch’essa una di tanti mondi, ognuno finito nell’infinito. Così sappiamo della vita, ne avvertiamo il segreto, lo portiamo, lo siamo e non sappiamo quale sia e in quel che sappiamo gli siamo vicini come divisi da una parte sottile del finito, del corpo, che ne è confine. «In vano s’allontane da lei, mai sempre più e più va accendendosi verso l’infinito.» In questo «immenso» ci si viene a «costituire un fine dove non c’è fine». Si trova un centro dove ogni punto è centro. In ognuno è un infinito nel finito. Ognuno è finito nell’infinito. Lo sente, lo prova, lo è. Ci è finito.
Prende adesso un diverso accento quel verso «E non tornar a me se non sei mio» del «Passar solitario». Nel dialogo si legge «E non tornar a me “che” non sei mio». Ci si può accanire sulla filologia del testo, ma quella variazione spinge verso legame di finito e finito che trascina. È un legame. Senza, non ci sarebbe nemmeno l’infinito o non sarebbe pensato col nome di infinito quel che non sappiamo e che così nominiamo per come sentiamo attratta, spinta, legata la nostra vita a quella vita nuda che respiriamo. Siamo vita e abbiamo vita.
La vita che siamo è uguale ad ogni altra. Siamo vita come viventi e abbiamo vita come esistenti. L’una è impropria, l’altra è propria come è il proprio mondo, i propri affetti, le cose, i ricordi. L’improprio è dell’oblio che si fa sfondo di ogni vita che sovviene con l’altro, un altro, un’altra che viene. Sempre chi viene ci sovviene, quando solleva il desiderio diradando l’oblio dando chiarore alla nostra vita.
L’amore è un possesso senza proprietà, come la vita. Sei mio non di me, sei mio di te in me. Neanche tu sai cosa sei nell’essere mio. C’è un di più in ogni rimando dall’uno all’altro degli amanti che si ripetono quel di più dell’altro. L’amore non è senza il tormento del suo conflitto. Non è senza quella caccia e del trovarsi cacciato. Non è facile essere amante della vita senza sentire nel piacere la sua bellezza e senza avvertire nel dispiacere quel che manca perché sia felice. Vale in ogni relazione. Ancora più vale adesso ricordarlo e desiderarlo, come un’immagine e un’idea di quel che muove ogni relazione che abbia l’amore e non il rancore a suo permesso.
Viviamo un tempo, ma come in altri tempi è stato lo stesso, in cui il piacere e il bello sono separati. Si dice “mi piace” anche di ciò che non è affatto bello a dirsi e vedersi, anche per azioni terribili. Sui social il piacere è separato dal bello. Anche il potere si è separato dalla politica. Non è un caso che la sua scena è ancora lo spazio dei social. Il potere si è separato dalla politica, si può essere in disaccordo in tutto sulla politica, stando al governo, ma si è d’accordo in ogni caso sul potere da mantenere.
Eppure la politica è la manutenzione dei legami sociali. La divisione sociale è invece l’arte del potere. Si comanda dividendo, trasferendo in basso i contrasti, tra i più poveri perché si controllino da soli facendosi guerra sul fronte del razzismo sociale.
Non si può capire tutto questo senza furore, eroico, eretico, ostinato come instancabile, pertinace, testardo, impenitente come innocente. Doveva essere difficile incontrare Giordano Bruno. Chi lo difese sapeva che se fosse rimasto a Napoli non avrebbe subito quella sorte, mi dice il frate domenicano che regge adesso il convento di San Domenico. Resta che dalla filosofia che nasce a Napoli poteva trovare il suo cammino.
È un bene che teniamo la commemorazione del giorno in cui fu ucciso dal Santo Uffizio. C’è un’esitazione a raccontare i fatti, perché il ricordo procede come su un pavimento di lastre trasparenti che fanno intravvedere altro, dando le vertigini della verità al passo certo della sequenza dei fatti. Sotto le parole le voci esitano, si affollano. Tutto quello che è accaduto poteva avvenire diversamente. La memoria ha questo doppio fondo. E quando ricordiamo non è solo per non ripetere il male che c’è stato, ma per desiderare quel che non è avvenuto, perché accada ora di fronte alle stesse situazioni, di fronte alla vita che viene e sovviene il desiderio stessa della nuda vita
A Galileo non toccò la stessa la sorte. Galileo non divenne il suo oggetto, non cambiò la sua vita. Per il Santo Uffizio di allora, come ancora ora, potevi pensare quello che volevi, ma non dovevi insegnarlo né confessarlo. Giordano Bruno era quello che diceva e che pensava, e non per semplice coerenza di detto e fatto. Diceva e pensava il presente vivente e lo viveva. Era filosofo. Pensare essere parlare non potevano separarsi. La sua parola era congiuntiva dell’essere e pensare. Resta a noi il problema della filosofia, pensare essere e parlare nel tempo della fragilità. Chi non si dispiace non può fare politica, perché non può procurare la gioia dove manca. L’arte della politica è la manutenzione dei legami sociali, la stessa arte della libertà. Nessuno è libero da solo.