Il piacere il bello il potere la politica

venezuelaIl piacere si è separato dal bello. Ci si accanisce sui social sentendosi mascherati dietro lo schermo dell’anonimato della propria solitudine, dando sfogo al rancore del malessere, convinti di combattere il Potere e l’Avversario, distruggendolo come si strappa una foto con le mani. Se solo ci si trovasse davanti alla persona che si “aggredisce”, la voce e le parole sarebbero del tutto diverse, sfumate, imbarazzate, provando a capirsi insieme. Alla fine si combatte contro la propria stessa rabbia che l’altro suscita il fantasma inospitale del proprio animo. Bisogna avere un nemico per trovare confini alla propria identità smarrità. Si prova un piacere a far male quando non c’è più il piacere della gioia di esistere e lottare perché il mondo sia come si vorrebbe che fosse, diverso, giusto. Invece di dare forza al desiderio il frastuono delle invettive fa perdere la via. Ci si lanciano frasi, brevi, veloci, sono come proiettili d’immagini. Fanno male, perché arrivano dentro. Lo stesso vale per chi suggerisce di “eliminare” alcuni contatti. Siamo tutti vulnerabili, perché non c’è domicilio che non sia violabile. Grave è che facciamo violenza a noi stessi, avvolti nel vortice affollato di solitudini della rete dove siamo come i pesci che ne restano impigliati uno acconto all’altro agonizzanti e soli. Si legge, si vede, si conosce e si scala questo “si” impersonale scagliandolo contro chiunque venga a tiro senza vedere.

Il piacere si è separato dal bello. Anche il potere si è separato dalla politica. Si è reso autonomo come il piacere. La politica non ha più potere né sull’economia, né per le scelte e le decisioni di azioni. Stiamo vivendo l’epoca di un feudalesimo finanziario, dove ci sono i latifondisti della finanza mondiale, con i loro vassalli assicurati alla securezza dei mercati. Non sappiamo chi e cosa, c’inventiamo così nemici suppletivi dell’impotenza, imbuchiamo lettere in caselle di post senza sapere a chi saranna destinate. Non c’è un potere della politica, ma una politica del potere. Lo si capisce quando si distribuiscono cariche, si danno deleghe, si assegnano ministeri. Non importa cosa e chi, importa che sia affidabile per potere, importa che faccia spettacolo, perché chi sta usa per se il potere immagina che si voglia sempre spettacolo, farina e forca. L’idea di cambiamento, prima consegnata a principio di comportamento, finisce nel cassetto, pronta ad essere ripresa per dire come eravamo e non siamo stati, dopo il potere conquistato. E sono troppi anni che si sente chi è all’opposizione reclamare le dimissioni di questo o quel ministro o che s’invoca il proprio turno con la caduta del governo per fare “meglio” quello che gli altri stanno facendo “male”, come a riconoscere che si è più bravi a fare peggio, perché le cose che faranno sono le stesse.

Il piacere è del bello quando si ammira e ancora di più quando lo si riconosce insieme, perché questo è il bello del piacere, lo stare bene insieme. Il bello non è solo per la forma quale che sia, perché la forma del bello è quella che ci fa stare bene insieme, a riguardarla, ad averne cura. Il suo piacere è proprio, singolare, come solo di ognuno che lo ammira e che nemmeno riesce ad esprimere come vorrebbe, finendo col riassumere tutto il proprio sentire con quella sola parola “bello! È proprio bello, vero?”. Poi si racconta. E stare bene insieme è raccontarsi, dirsi le cose che vengono alla mente nei ricordi dei momenti trascorsi e poi riviverli per fare vivere ancora di più quello che si sta vivendo in quel momento di piacere. Gli amanti lo sanno, quando stanno insieme sanno ripetersi, duplicare, raddoppiare quei momenti, quasi “acchiappando” con le mani l’immagine che l’uno sente dell’altro e di loro insieme, prendendosi l’anima, dandosi, offrendosi, “pigliandosi”. E c’è piacere ad amare ed è bello amare.

Il piacere che si separa dal bello si ritrova nella palude dell’odio, non conosce nemmeno il dolore, perché il dolore è ancora amore, si prova per ciò che si ha caro e che gli manca. Non c’è dolore per ciò che resta indifferente, perché non c’è amore. Accade anche che ci si rivolta contro se stessi quando si prende a calci un mendicante, un senza casa, chi ha un colore diverso dal proprio. Da ragazzo stupivo a vedere le persone di altri colori, pensavo che era come per i fiori e avevo piacere al solo pensare che si potesse essere così diversi, ritrovandosi a parlare altre lingue, ad avere un’altra voce e un altro viso. L’ospitalità nasce come conoscenza, come notizia, come cosa nuova che viene. Gli antichi pensavano che l’ospite poteva essere un Dio sotto copertura, perché l’ospite è lo sconosciuto e Dio è sconosciuto, è quello che vorremmo conoscere e cerchio di trovare in ognuno, perchè ci ospiti e conoscerci. Abbiamo perso questo valore del “nascere insieme”, del “conoscersi” in questo modo come dice qualcuno, per “conoscere” è come venire al mondo e vivere ogni momento con la sorpresa di essere noi i contemporanei, quelli che vivono insieme la stessa età, lo stesso tempo, gli stessi luoghi che altri prima hanno vissuto e che viviamo proprio noi adesso. La contemporaneità ci fa essere della stessa età tutti insieme, respiriamo lo stesso momento.

Il piacere che si separa dal bello, se la prende con se stesso, vorrebbe che non fosse così, vorrebbe non perdersi, perché il bello resta, resiste, sta là, si ferma, è fermo, per questo quel Faust diceva “fermati attimo quanto sei bello”, perché ciò che è bello resta e davanti alla bellezza si resta, ci si ferma. Il piacere che si separa dal bello continua senza fermarsi, non sa dove è diretto, come il fiuto della caccia dove non si trova ciò che si cerca e si colpisce quale che sia l’ostacolo a perdersi nel bosco. Così ci si colpisce, ci si fa male. Gli antichi avevano pensato al divenire dentro l’essere, al cammino dentro il bello, al generare la bellezza.

Il piacere che si separa dal bello è come il potere che si separa dalla politica. È lo stesso quando resta solo il piacere del potere senza la politica della bellezza, senza che la politica sia bella. Ci si tiene allora a distanza. Si cerca di starne lontano. Il potere che si separa dalla politica resta con il piacere di se stesso, con l’autoreferenzialità e con il gusto di denigrare chi il potere, al momento, non ce l’ha. Diventa come allo stadio, non si va a vedere il gioco che è bello, non si ammira la bellezza della partecipazione a incitare i propri colori, si va per il piacere di denigrare, per far male. Così come allo stesso modo si butta dallo schermo di FB lo slogan, la battuta, la diretta che annuncia scelte di governo, che rigiardano il destino di tutti e non il gusto del dispetto o dell’indiffrenza alla sofferenza altrui ed è come buttare un osso dal finestrino dello schermo, perché ci si accanisca gli uni con gli altri senza capire, perché la battuta distoglie la memoria, distrae, non fa capire quello che di fatto non si deve capire perché il potere è occulto anche in pieno giorno, acceca, non fa vedere cosa sta facendo. Così si può prendere a calci la sofferenza, si elegge a proprio nemico chi sta peggio di come stiamo, per non stare come stiamo. È più facile dare sfogo e nascondersi che non ribellarsi come è giusto e trovare soluzioni di continuità senza fermarsi ai vicoli ciechi nel buio della rissa.

Il piacere è il sentimento del bello, ma è il dispiacere il sentimento del sublime. Il bello si riconosce nella forma che il proprio animo può contenere, ne ha misura, lo riconosce in sé per esperienze vissute. Il sublime è straripante, non ha misura fino al punto da essere bruttissimo, può far male, come una scena disperata. Il sublime lacera, quando supera la misura del bello così come quando supera il limite del vergognoso, del terribile, del male. Il sublime prende l’anima alla radice, quasi la sradica dal corpo che non riesce a contenerla a contenersi. Il dispiacere è il sentimento del sublime, perché solo chi si dispiace può fare l’impossibile, cercare di dar forma a ciò che l’ha perduta o che non l’ha mai avuta. E la forma è l’abito, è la casa, è il mondo che si abita, è il linguaggio, perché è nelle parole che abita la voce. Nella forma abita il bello. Quando la politica non è educativa, allora distorce, è distorta, respingente. Non è più arte. Il dispiacere fa capire come l’arte della politica sia la manutenzione dei legami sociali. E diciamo più “fare rete”, perché nella rete i pesci si trovano uno accanto all’altro agonizzanti e soli. I legami sono diversi. I sentimenti sono legami, anche se non tutti i legami sono sentimenti. Lo sono quelli dove il piacere ritrova la bellezza e la politica ritrova il potere, quello di poter vivere insieme.

Mi ripetono che il popolo vota di pancia. Non è così. Il popolo, la gente, le persone, votano perché chi fa politica sia una persona bella. E non è per estetica, perché il piacere del bello si dice di una persona che esprime i valori del bene. Il popolo, la gente, le persone non votano di pancia ma per avere al governo persone diverse, per cambiare, per avere al governo persone che abbiano Conoscenza, Coraggio, Temperanza, Giustizia, che siano perciò persone “assennate”, “decise”, “oneste” e “giuste”. Ma non sono queste le virtù più antiche? Non sono queste le virtù sempre invocate come necessarie al governo di sé come al governo del paese? E non sono queste le persone che deve vogliamo perché il politico non sia corrotto o incapce o irritante o ingiusto? Il popolo, la gente, le persone non votano di pancia, anzi puniscono chi pensa di governare con la sua pancia, con irritazione e denigrazione, inventandosi un nemico, separando il potere e la politica. Lo “statista” è il politico che fa del Potere il poter vivere insieme un mondo giusto. Per stare bene. Queste cose le capisco ogni volta nelle scuole dei luoghi d’eccezione della mia città, le capisco dai bambini. “Non è bello però” dice il bambino, nel senso del “non è giusto”, “non è bene”, “non è vero”. Bisogna ritrovare nel bello il piacere di stare insieme, senza che un grido d’uniforme soffochi la voce singolare di ognuno. Il piacere è della virtù più ancora del vizio, perché l’una è un compito, l’altro invece è una rinuncia. Il popolo, la gente, le persone vogliono la virtù al governo. E se chi va al governo per prendere il potere, ci mette poco a ritrovarsi contro il popolo che invoca ogni volta che ha bisogno di “arrivare al potere”. Sulle parole dell’onestà, del coraggio, della attenzione, della giustizia, il popolo, la gente, le persone hanno votato, perché la politica potesse riprendersi il potere, perché i politici fossero persone, gente comune. Quando la politica si perde nel potere, si separa, si discosta, deraglia mel frastuono di paure, nell’invenzione di nemici immaginari per fare passare sotto copertura ben altri obiettivi. Il popolo non dice al politico che cosa deve fare, ma deve essere per fare del potere la possibilità stessa del benesse. I filosofi non fanno teorie politiche, non dicono ai politici cosa devono fare ma devono essere perché la politica vera buona giusta. Il potere è il vizio che toglie la virtù alla politica.