A scuola imparavamo le poesie

IconaA scuola imparavamo le poesie a memoria. Non era per le poesie. L’abbiamo capito dopo. La scuola si capisce sempre dopo. Come ogni cosa vera, come la libertà, come l’amore, l’amicizia. A scuola imparavamo le poesie per imparare la memoria. La poesia era un mezzo, uno strumento. S’imparava a ricordare. Lo si faceva con la poesia perché la memoria fosse armoniosa, facendosi scrigno, scaffale di credenza di ciò che avremmo ripreso, per averlo conservato, mantenuto. Serbato. Come si dice anche “serbatoio” per intendere ciò che ti serve per andare avanti quando ti manca ciò di cui hai bisogno. Penso al serbatoio dell’acqua dove l’acqua viene a mancare. Penso alla mia San Vito d’estate. Penso e ricordo. I tedeschi dicono “andenken”, “dare luogo al pensare”, “rammemorare”. È la ricordanza ciò che ti fa pensare e sentire nell’animo i ricordi di quel che è stato. Si dice per questo che non c’è futuro senza passato, perché “ciò che viene” deve essere pensato, perché quando non si dà luogo a pensare, non c’è futuro. Anche il presente evapora. In carcere ho capito che “futuro” è una parola davvero strana, formata da un passato remoto “fu” messo al participio, partecipato. Da allora dico che “futuro” è quel che racconteremo come passato del presente adesso. Per questo poi ripeto che non è che ci manca il futuro, ma è la raccontabilità del presente che ci manca. Anche un’esperienza didattica non si può dire riuscita se non è raccontabile. Anche chi insegna la matematica o la chimica, se non sa raccontarla non sa farla pensare. La dice a memoria, ma con un memoria vuota, che non trasmette, senza desiderio. Chi insegnando non suscita il desiderio di ciò che dice di sapere non sta insegnando niente. Il sapere riguarda le persone che lo pensano. La matematica non esiste se non nella persona che la insegna, che ne porta i segni, che ne ha con la memoria la passione. Anche la politica se non è raccontabile non ha futuro, non suscita desiderio, non dà futuro. Quando la politica suscita irritazioni, solleva odio, esaspera, fa perdere la speranza, toglie il desiderio, rende triste la passione, allora si aspetta che finisca, perché semina odia, corrompe, fa diventare antipolitici. La fine della politica è cominciata quando è diventata sorda, vuota, quando è diventata solo potere, mestiere, occupazione dei senza lavoro, comica, separata dalla gente, dalle persone, irridente. L’arte della politica è la manutenzione dei legami, quando divide, la politica diventa antipolitica, va contro se stessa, perde il legame, diventa smemorata, offensiva, le istituzioni perdono senso. La memoria è fatta di legami. Allora imparavamo le poesie perché si apprendesse la memoria. In tedesco si dice “andenken” darsi pensiero, dar luogo al pensare.
Ricordare allora non basta, se quello che si ricorda non ci fa pensare a quello che viviamo, perché è come ricorderemo questo presente che racconteranno in futuro di quel che saremmo stati in questi anni. La democrazia nasceva in Grecia cambiando la memoria per come com’era stata fino a quel momento quella dei clan familiari, delle tribù, dei capi famiglia, della guerra e della prepotenza. La democrazia in Grecia nasceva negli stessi anni in cui si componeva i due generi letterari della “Tragedia” e dell’“Etica”, per la costruzione dell’opinione cittadina e per dare misura dei comportamenti personali. La Tragedia serviva a decostruire i miti della memoria della guerra, l’Etica a fare della “filia”, dell’amicizia, la virtù che rende tutte le altre tali, il legame più importante per la il benessere del paese. La Tragedia in Grecia fu il tribunale della memoria. Eschilo nella sua tragedia dei figli, Oreste ed Elettra, mise in scena quel processo in cui i ricordi non dovevano più essere di vendetta e rancore, non dovevano essere più “Erinni”, spiriti persecutori, ma diventare “Eumenidi”, portare buoni consigli. Bisogna ricordare bene, usare “bene la mente”, pensare bene, tenere bene a mente. In tedesco “ricordare” si dice “Erinnen”, che richiama ancora le “Erinni”, i ricordi che rimbalzano come “spettri del passato”. C’è però l’altra parola “andenken” per intendere le “Eumenidi” per tenere bene a mente il presente adesso, darsi pensiero. Platone in quegli stessi anni riportava la distinzione tra Erinnni ed Eumenidi, distinguendo il ricordo, “mneme” e l’“anamnesi”, una parola che si usa ancora in medicina. “Anamnesi” era la ricordanza, ciò che ci sovviene ed anche ci sostiene, com’è il ricordo di ciò che non si è vissuto ed è presente in noi come desiderio di un mondo migliore. Se si usa ancora “anamnesi” in medicina è perché il ricordare sia in funzione della cura da seguire, per capire cosa c’è da fare, per guarire, per guardare diversamente, bene, la propria vita, per riguardarsi. Leopardi diceva “ricordanza” dando alla parola un suono poetico, facendo del ricordare il verso dell’anima come quel verso cui rivolgersi a pensare.
Oggi è il giorno della memoria. È tanto più speciale questo giorno oggi, perché la memoria se ne è andata, si è perduta come legame tra le generazioni, come riguardo dei legami. Le parole non ci dicono più niente, perdono di significato. Accadono cose che non vorremmo ricordare, che non vorremmo che avvenissero. Da bambino stupivo ad aprire il vocabolario. Non leggevo racconti, era quello il libro che leggevo ed ancora sulla scrivania ho i vocabolari intorno a me. Continuo a leggerli con la stessa meraviglia delle favole, per trovare in ogni parola la memoria della voce che le hanno pronunciate, le lingue che vi sono sedimentate delle genti che da qui sono passate. Io che vivo questa città, che conserva ogni cosa, nelle nostre parole ci sono tutte le lingue delle voci che l’hanno vissuta. Mi chiedo io stesso quale sia stata la lingua della voce che ho ereditato come il mio colore.
Le parole sono come conchiglie, bisogna portarle all’orecchio per sentirne la voce del mare del tempo. I filosofi sbucciano le parole, ne tolgono la crosta delle abitudini per sentire ciò che c’è dentro e coglierne l’essenza, l’estratto, del vedere e sentire, delle cose ascoltate e della propria voce a pronunciarle ora. Ogni parola apre un ambiente visivo ed è un sentimento. Apprendere la memoria è imparare a saper parlare ascoltando. Continuo a leggere il vocabolario, è il libro delle parole, lo sfoglio ogni giorno.
A scuola per questo ci facevano apprendere la memoria imparando le poesie, perché potessimo sentirne l’armonia. Ed è sulle canzoni che ricordiamo il “suono” della nostra memoria. Anche un inno lo s’impara per apprendere una memoria comune, ogni comunità ha la sua canzone, i suoi versi: la sua melodia è la sua memoria. Non bisogna essere stonati. Bisogna andare a tono, avere tono. Darsi pensieri. Basta che parli in tono alterato o con offesa per non far capire quello che vuoi dire ed è forse per questo che irriti con le parole che usi, per nascondere quello che non vuoi che gli altri capiscano.
Oggi è il giorno della memoria in un giorno che non vorrei ricordare, perché è fuori tono, senza voce che risuoni. Non ci sono legami, ci sono link, rimandi, che rinviano, senza legarsi, ci si allontana, l’origine della parola “link”, il suo etimo porta ad “allontanarsi”, il link allontana, rinvia, rimanda, lascia soli dove, lascia post senza memoria, postumi, come sono gli effetti di un trauma.
Ci sono persone in mare a quest’ora della notte che scrivo. Ci sono persone che parlano con disprezzo, che allontano, che cacciano via, che respingono. È il giorno della Shoah, una parola che ricorda la voce della deportazione, della distruzione e ci sono oggi persone che vengono deportate, lasciate per strade e per mare, naufraghi della vita. Si pensa ancora a recintare, ai chiudere confini, per cui il ministro degli Interni diventa quello dei confini, perciò della Difesa e degli Esteri non più solo degli Interni. Diventa Poliziotto, prendendo i panni dell’agente per far capire che non è più solo la divisa della Polizia di Stato ma la divisa dello Stato di Polizia. Separa i buoni e i cattivi, sceglie i “cattivi” perché gli altri sono poco di buono. Distingue i primi e i secondi e gli ultimi. Io so che non sono nell’elenco degli italiani che vengono prima, sono dell’Italia del Meridione, quelli che vengono dopo e che, per il Ministro della Difesa-degli-Interni-degli-Esteri-dello-Stato-di-Polizia, erano Africani, classificati nel numero degli ultimi.
È facile lasciarsi trascinare dal governo dell’irritazione. Facile abbandonarsi alle “erinni” e alle persecuzioni. La democrazia vuole una buona memoria, una memoria del bene, un darsi pensiero. La democrazia è fragile, per sua costituzione. È discutibile. In democrazia si discute. C’è democrazia quando non c’è rancore. La democrazia è “fragile”. Ancora in tedesco si dice “fraglich”, per dire “domandabile”, “discutibile”. Il dialogo tiene insieme, fa legare insieme le parole di uno e di un altro che dialogando fanno insieme il cammino verso ciò che cercano che venga a sapersi e che non sanno prima, non hanno la verità, la cercano insieme.
Chi non si dispiace non può fare politica perché solo chi si dispiace può procurare la gioia dove manca. Il dispiacere non è un sentimento d’impotenza. Non è separabile dall’agire. Non basta dire “dispiace anche a me”, se poi quel “me” non diventa “io” che opera, agisce e fa l’impossibile per procurare la gioia dove manca, dandosi pensiero, “ricordando bene”. Un mio maestro usava dire ogni volta “ricordo bene” invece di “io penso”. Ed io ricordo bene che l’Europa, che proviamo ancora a costruire, viene da quella memoria che conserva i giorni che non vorremmo ricordare. La memoria riguarda il presente, lo fa guardare, bisogna averne riguardo.
Della Shoah restano tante poesie e quel sogno di Adorno, che non smetto di ricordare, diceva che era per lui un sogno ricorrente nelle sue notti. Sognava di non essere lui a vivere ma di essere il desiderio di vivere di quelli che non erano rimasti chiusi nei campi di sterminio. Adesso quel campo è il mare. E non possiamo stare a riva a guardare pensando alle colpe degli altri che li fanno partire e morire. Ognuno di noi sa del desiderio di vivere. La memoria viene da questo desiderio. Le colpe per i viaggi della disperazione dei migranti sono certo tante, più d’una e più d’uno, più di un paese, ne ha colpa, ma la responsabilità è sempre di se stessi. La memoria è cultura. Eccola la parola che porta al coltivare. Bisogna ricordare da dove viene questa Europa e come provare a costruirla ancora insieme. Bisogna fare Unione e non separare regioni ricche e regioni povere. Neanche l’accoglienza basta se non è ospitalità, se non si danno condizioni e legami per stare bene insieme, se non ci si dà pensiero a vivere. Chi viene al mondo è uno che ritorna, perché porta quel che eravamo e siamo stati, perché il mondo non sia più come prima, perché non si ripeta com’è stato. Si dice per questo “ben venuto”, per vivere insieme in un’economia dell’umanità, la più ricca, quella che fa crescere insieme.