Arte Reclusa

3 maggio – 15 maggio Dal 3 maggio alle 11:00 al 15 maggio alle 16:00  Mostra e Convegno al PAN  Napoli Via dei Mille, 60, 80122 Napoli

Intevento di G. Ferraro

Arte reclusa, questo è il titolo, un invito. Ogni titolo è un invito a prendere la parola. Qui è anche una mostra organizzata al PAN. L’idea è quella di mostrare la produzione artistica nei luoghi di reclusione. Arrivo qui chiedendomi se la reclusione sia un’arte e se l’arte ha bisogno della reclusione per esprimersi o più semplicemente se l’arte libera dalla reclusione o la rende più odiosa. Penso che le due cose stanno insieme. L’arte libera dalla reclusione rendendola più odiosa. In fondo il carcere è così, è odioso, produce odio, ma è un odio che fa sentire vittima e che si manifesta in rabbia e rancore o in assuefazione. Se produce arte allora è diverso, rende la reclusione insopportabile per liberarsene, per riconoscere la propria dignità, per ritrovare la propria anima.

L’arte riguarda le mani. Leggo dalla Treccani alla voce arte: «In senso lato, capacità di agire e di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, e quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati» Non credo sia questa l’arte.

Mi piace cominciare sempre dalle parole, in fondo l’arte del filosofo è sbucciare le parole, toglierne le incrostazioni delle abitudini a pronunciarle, che le fanno diventare segni convenzionali perdendo di senso. L’arte del filosofo è quella di sbucciare le parole per sentire la voce che ne esprime il senso. E dico già “arte” del filosofo e intendo ciò che fa il filosofo, le sue mani. Scrivo queste cose, ne parlo. L’arte del filosofo è la parola, ma ogni arte è tale quando dà la parola. Davanti ad un’opera d’arte si parla, di bene e male, si dice del bene e del male dell’opera, ecco l’arte fa fare subito queste distinzioni. Il capolavoro ovvero l’opera d’arte, quell’opera che si chiama arte in se stessa che è perciò dell’Arte, opera d’arte, è assolutamente singolare e fa dire semplicemente “che bello”. Espressione che s’inserisce tra il male e il bene di quel che si può dire di un’opera. Dire “bello” è espressione che porta alla fine delle parole.

Da bambino quando appena sapeva parlare mio figlio mi chiese che cosa c’è alla fine dei numeri, risposi le parole. Mi chiedo adesso che c’è alla fine delle parole e mi viene da dire il bello. La bellezza, il silenzio della bellezza. Ciò che acquieta e inquieta. “Bello” è la parola che si fa muta, che muta, che finisce le parole.

Ci sono opere che destano curiosità, altre che fanno parlare, altre che fanno tacere arrivando alla parola bello. Un giorno il comandante del carcere di Rebibbia mi disse che in carcere manca la bellezza, le carceri sono brutte. C’è il brutto in carcere, ciò che ne fa parlare sempre male. E qui viene forse da stabilire il rapporto tra brutto e male e tra bello e bene. Sono due gradi estremi posti sulla stessa linea. Il male si fa, il bene non si fa, il bene si dà.

Questa convinzione mi divenne chiara quando a Sulmona il detenuto continuava a ripetere che si era messo a fare bene e chiedeva agli altri di confermarmi che lui faceva bene a tutti, per tutti. Insisteva. Gli dissi che il bene non si fa, il bene si dà, è il male che si fa. Qualunque cosa si faccia è bene e male, fa male. Il bene è dare, darsi, farsi dono. Il punto più estremo del dono è il bambino, perché il bambino non ha niente da donare ed è egli stesso un dono. Il bambino non può “fare” dono. È dono. L’arte è dono, l’arte è il donare, il dare ad essere. Si dà. Accade. È impersonale. L’artista che si può dire tale lo è solo quando resta attonito di fronte alla sua arte, di fronte a ciò che ha fatto e che gli si rivela come “non fatto” come non più manufatto, ma come apparso alle mani, come donato alle mani, invisibili, improprie, come le proprie mani sono tali a donare. “Come ho fatto a dire questo”, “come ho fatto a fare questo”. Credo che sia stato per un tale incantamento che gli Antichi potevano dire che era un dio ad esprimersi attraverso il proprio fare. L’opera d’arte sfugge dalle mani del suo artista. Anche chi dice di aver scritto sotto dettatura può dirlo quando riconosce un’opera, che gli sfugge, che va al di là, come la voce di un dio.

Allora l’arte si rapporta al dono, è come un dote naturale, “ce l’ha nella mani”, si sente dire. E chi ce l’ha nelle mani, come l’artigiano non ti sa spiegare ciò che fa, ti dice siedi qua e guarda, apprenderai da te perché è da te stesso che viene, quando tu stesso diventi dono, non sai di sapere, perché è così. Fatemi dire così: Maradona è un dono, Platone è un dono, Michelangelo è un dono. Fare di sé un dono, fare della propria vita un’opera d’arte è darsi. Essere dono è ritrovare la propria innocenza. Questo è il punto di volta. Si dice che l’innocenza si perde come un’età e che colpevoli si diventa. Bisogna pensare all’inverso che la colpa si può perdere e innocenti si può diventare. L’infanzia è innocenza, quella raggiunta, non quella che è stata, quella che si ricorda parlando di sé a chi si vuole bene. È l’infanzia immemore, quella che si ha a ripensarla, immaginarla come propria utopia, come propria intimità e perciò come innocenza. È come ricordare quel che non si è vissuto, il desiderio è questa forma di memoria, si ha dentro. È duale, l’intimità, come l’identità è duale, come l’amore è duale, come l’arte è duale al massimo grado perché porta alla dualità della vita e dell’esistenza, arriva a questa corrispondenza. Questo è quella dote naturale che ognuno può scoprire di rappresentare. Ed è quando l’esistenza si riempie di vita e la vita si esiste che allora è opera d’arte, allora l’arte diventa opera.

Donare se stesso è difficile. La reclusone deve portare alla liberazione. La pena deve diventare un’arte. Fin qui ho ripetuto che la pena deve valere la pena, diversamente è una punizione che non trae senso alcuno. Si, certo, allora la pena deve diventare un’arte, quella di liberarsi da quel che si è stato e si è, quella di diventare, quella di stare al divenire della vita nella sua innocenza, nella sua utopia, nella sua arte. Nelle proprie mani, nel proprio arto. Quant’è curiosa la lingua, come ci raggira e quasi si prende gioco di noi che ne sbucciamo le parole, trovando nell’”arte”, l’”arto” e l’”arma”. La voce è latina e si ritrova nella traslazione germanica. In greco indica il “carro”. Penso a quello di Parmenide e alla biga di Platone o al carro di Empedocle. Mi soprende che quei filosofi parlassero di un via dove si sentivano portare dalle divinità alla ricerca del vero e del giusto. Alla ricerca della libertà che governa le ante della porta di verità e giustizia. “artuo” in greco indica il preparare, il disporre, il convenire, l’adattare, l’articolare. Adattare la propria esistenza alla vita. Articolare la vita nella propria esistenza. Disporre. Disporsi.

E qui devo ripetere il rapporto tra inclusione e reclusione. Devo riprendere il mio Parmenide e dire della verità come figura del cerchio ben fatto, ad arte. Anche la verità è arte. L’arte della verità è la verità stessa dell’arte, rivela la nostra condizione. Il cerchio è la regola del divenire in se stesso. Il cerchio è nel divenire del suo essere. Il cerchio cerchia, circola. Nessuno mai è riuscito a farlo quadrare. La Sfera diceva Empedocle. La sfera è l’immagine della nostra terra e dei pianeti, parrebbe che sia il vuoto che permetta a un corpo di diventare sferico, ma il vuoto è il vortice delle forze di altri corpi che nel muoversi producono distanze che fanno diventare ogni corpo in se stesso, come chiuso, ma un cerchio non è chiuso se il suo essere cerchio è uguale all’essere cerchio di ogni altro cerchio. Lo riflette. Siamo gli uni agli altri specchi opachi. Le monade di cui parla il filosofo si può immaginarla così. Il segreto è questo. È come diventiamo cerchio nel vuoto di distanza delle forze di altri, è come ci rapportiamo. Come ci articoliamo.

Ognuno di noi è nel cerchio della solitudine, ognuno di noi parla all’altro senza riuscire a farsi capire interamente, da dentro. L’altro però comprende quanto si comprende nel dirsi dell’altro. L’arte è questa solitudine espressiva. È l’espressione della propria solitudine. L’arte è dell’anima. Esprime la propria anima, si diventa la propria anima e la si lascia libera di farsi cerchio.

Si è dono quando il corpo è nell’anima come la terra è nel cielo. Allora è questo “bello” ed è questa l’utopia, l’intima utopia, perché utopia non è, come si dice, in nessun luogo, ma è nel luogo di nessuno, nel proprio interiore intimo luogo, quello più riposto, estremo, quello che non si può dire se non nel bello, nel divenire, nel vivere.

Bisognerà pensare diversamente l’inclusione soprattutto quando si parla di reclusione che esprime un paradosso come per chi è dentro lo stato di inclusione ma come recluso. L’arte libera perché ti fa sentire insopportabile la reclusione, te ne fa uscire, ti fa sentire la costrizione. In fondo l’artista è una vittima che diventa autore. Se il carcere è odioso ed è brutto e ti fa sentire vittima, l’arte quel brutto e odioso te lo rende insopportabile non più come vittima, ma come artista. In carcere non il lavoro, ma l’arte che libera. Non il lavoro libera, ma l’arte, perché è donarsi, è sentire di essere vita, ti fa sentire vivo. Suscita amore, desiderio, passione. Il carcere diventa odioso, ne devi uscire, non devi ritornarci.

Voglio parlare di Luigi. A Poggioreale. Ci conosciamo da poco più di un mese, anzi due ormai. È accaduto questo nell’ultimo incontro. Mi hanno detto che accadeva loro quello che non era stato in nessun altra circostanza. Stanno là per tre ore senza fumare, mentre che finanche quando vanno ai colloqui hanno bisogno di farlo. Mi hanno mostrato i pacchetti di sigarette. Stanno per tre ore senza fumare quando teniamo il nostro incontro di filosofia. Poi Luigi mi ha detto che gli accadeva di fare delle cose e non ricordarle, del tipo giocare una scheda al lotto e dimenticare la scheda dove averla messa. Con gli incontri, mi dice, che dimentica di fumare, ma sono giorni che ricorda, fa memoria di quello che diciamo. C’era uno che seguiva gli incontri prima di essere trasferito. Parlava di fantasmi, vedeva fantasmi. Le Erinni, i ricordi, “erinnen” dicono in tedesco. Erinni in greco. Sono i ricordi che vogliono farsi memoria, si ripetono incessanti perché si ribellano di quel che è stato e voglio essere messi ad arte, articolati in una dimensione di vita, in una disposizione. Lui mi racconta che ritrova semplicemente se stesso. Si mette in circolo. Ha memoria. Chi sta in carcere è per aver dimenticato per un momento se stesso o per non averlo mai imparato a ricordarlo. È quello che stiamo vivendo un po’ tutti in questo tempo smemorato.

L’arte della memoria fu la prima a presentarsi sulla scena della composizione della “Coscienza” del nell’età Moderna. L’Io è un’articolazione di memoria che rischia di perdersi quando si affaccia sull’anima. C’è stato un tempo in cui la coscienza non c’era, c’è stato un tempo in cui la coscienza era l’anima. C’è stato quel tempo e c’è ancora quando interviene l’arte a mostrarla. Allora la propria esistenza è invasa dalla vita, diventa vivente, somiglia a ciò che è dato, a quel che siamo, viventi, comincia quando la vita si fa dono e l’arte è questo dono di rendere tale la vita stessa. Nella propria.

Non è una tecnica, l’arte della memoria e lasciare tracce di arte, è fare della propria vita un’opera d’arte, perché l’arte libera. Ha forse bisogno della reclusione? Credo che sia perché ti faccia sentire in reclusione anche in quel che chiama inclusione. Forse l’arte ha bisogno di sentire anche l’inclusione come reclusione per liberarsi dalla inclusione così com’è, farla divenire, portare all’intima utopia dell’arte di se stesso. Strano parlare di reclusione nell’inclusione. Bisogna cominciare a pensare alla declusione.

Mi colpisce il logo scelto per questa manifestazione di “Arte Reclusa”. È un gomitolo di colori dietro le sbarre. Lo guardi e vedi le line colorate, il gomitolo a poco a poco capisci che è un volto, come quello della luna, ma colorata. È il volto di chi è recluso, il volto di ogni detenuto è come quello della luna. Non ne vedi l’altra parte. Dietro le sbarre il detenuto fa del proprio volto un guardarci dalle sbarre, da dietro le sbarre. Le opere esposte in questa mostra ci fanno capire che c’è un volto che ci guarda dietro le sbarre ed è colorato come il corpo proprio è colorato dentro e fuori. Bisogna dare colore della vita alla propria vita per sentire odioso il carcere e liberarsene da dentro, colorarsi, farsi arte per darsi, per voltarsi, per rivoltarsi, per rivolgersi all’altro, per liberarsi.

ArteReclusa, mi viene da dire Aretusa, che divenne fonte di vita. Di là della leggenda, davvero non si capisce visitando Aretusa se sia una terra circondata dal mare o se sia un mare circondato.

Di là della reclusione e dell’inclusione è della declusione che occorre cominciare a parlare. L’arte è declusiva.

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