il primo maggio al museo

Ieri il Primo Maggio ha segnato il declino definitivo dei “sindacati di categoria”. I luoghi non sono indifferenti, sono simbolici, dicono sempre l’altra metà delle proprie scelte. Così il sindacato ieri era all’Ospedale Loreto. Il ministro Poletti ha detto la sua, bisogna giocare a calcetto, ha detto, solo così si trova lavoro. Certo, tra amici, come quando si va a giocare a calcetto in comitiva governativa. Il Presidente della Repubblica ha dichiarato che il lavoro è una necessità per l’ordine pubblico, per mantenere la sicurezza. Scuola/lavoro è giusto il programma della buona scuola, come a dire state buoni a scuola e a lavoro, è solo questione di sicurezza. Il Presidente del Consiglio è andato a festeggiare il Primo Maggio tra i soldati, ecco, questi sono i lavoratori. Lavorare non è più sviluppare la “ricchezza delle nazioni”, ma mantenerne la sicurezza. Meglio se a singhiozzo, precario, saltuario, temporaneo, a poco a poco, giusto a mantenere le speranze e sconfessarle. Da un’altra parte c’è chi vuole riprendere l’articolo 18, ma un poco, un diciassette e mezzo. È la voce di chi a poco a poco se ne uscito dalla sua storia. Il Papa dice andate in politica, quella con la Maiuscola, Politica. Ed è quasi sovversivo delicatamente, ma è il Papa, quindi non nuoce, anzi fa bene a incitare i Cristiani a questo modo, a ben riflettere penso che abbia tenuto la manifestazione più rappresentativa del Primo Maggio Cristiano. A Istanbul le cifre dei partecipanti sono state altissime, 170 arresti in un paese dove la libertà è un reato. Così in altri luoghi di lotta. Da noi i quartieri, Bagnoli e il concerto a Piazza Dante. Il lavoro è diventato un problema che caccia nella solitudine, perché non c’è quella comunità sociale che ne rappresenta la forza e le azioni, non c’è neppure la nazione di cui sviluppare la ricchezza e il progresso di un tempo. Senza rimpianti, non c’è neppure l’internazionalismo ora che domina la globalizzazione. Eppure tutto questo deve essere letto come un passaggio. Il Primo Maggio dei territori, delle autonomie, delle comunità, non più etnie, ma comunità sociali da organizzare. I ragazzi vanno via dal paese a cercare lavoro altrove, i migranti vengano a cercare lavoro dove non c’è. Ma non sarà invece che il lavoro c’è ma mancano le condizioni per lavorare? Non sarà da pensare che il lavoro ci sta ma le condizioni istituzionali lo impediscono? Non sarà che bisogna tirare fuori il nero e la clandestinità per rifare la legislazione e farla finita col mercato della sicurezza per sviluppare una nuova ricchezza? Sono le forme di lavoro, le relazioni di lavoro, le condizioni che devono cambiare. I voucher sono stati la legalizzazione del lavoro al nero. Hanno fallito perché la loro illegalità non ha garantito la sicurezza. Adesso pare siano aboliti, erano i buoni del “lavoro accessorio” perché tale è diventato il lavoro, accessorio. Bisogna ripensarlo il lavoro. Bisogna ripensare la legalità come legami sociali, bisogna pensare a comunità di lavoro, quello che avviene già nelle associazioni che reggono lo stato sociale, i servizi sociali, dalla salute all’educazione. Bisogna ripensare a nuove forme di legalità perché è sui legami sociali che si definisce la libertà di un paese. Sono solo storie, brutte storie, i nazionalismi, ricercano legami di ferri e di confini. Bisogna invece pensare a una comunità sociale in una società comune.
Sarà da pensare alla democrazia delle comuni. Non dei comuni semplicemente, ma delle comuni. Il maschile e il femminile vanno insieme. Il genere non è più una questione tra le altre come il meridione non è una questione. Si tratta dei corpi propri. Bisogna pensare il genere nella singolarità della sua espressione, sono le singolarità personali, territoriali. Bisogna ripensare le proprietà come singolarità di partecipazione e non come esclusività d’interesse. Bisogna attivare un rapporto tra comunità e società ora quando non ci sono più soggettività di categorie. È un impegno di autonomie, per una nuova legislazione. La democrazia nasce come confederazione delle autonomie locali. “Demo”, in quella Grecia, non era il “popolo”, come ancora qualcuno scrive. “Demo” non significa “popolo”, ma “territorio”, “contrada”, “rione”, luogo familiare, dove si abita e vive. “Demo” è anche dove si costruisce insieme. La “Democrazia” era la forza dei “demo”, indicava l’Unione delle Autonomie locali. In una città la democrazia significa la forza reggente delle municipalità, la città stessa, polis, è l’insieme dei molti, una confederazione di appartenenze, che non potranno essere di sangue, ma di costruzione delle proprio “demo”. La lingua greca antica conserva queste strane allusioni, “demo”, scritto in un modo significa “territorio”, “contrada”, scritto in un altro modo significa “costruzione”, “edificio”, la differenza è solo della pronuncia, la parola è la stessa. Bisogna farla questa Democrazia, fin qui non l’abbiamo ancora capita. Il Primo Maggio è finito, siamo al 2 maggio

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