Gerardo e Renato

Le cose che accadono richiamano un valore simbolico, ci parlano, invitandoci a tenerle insieme, quasi che aspettassero le nostre parole per prendere voce e farsi ascoltare. È da ieri che nella mia testa si tengono insieme Renato, il giovane di Soccavo che sognava di diventare calciatore e Gerardo che ha sognato e vissuto l’intima utopia di una Napoli interiore. La stessa città da una parte e dall’altra, ma separate, non solo distanti. Si devono incontrare. I Greci avrebbero raccontato un mito, avrebbe narrato di un rapimento nello stesso giorno dell’uno e dell’altro, per farci apprendere come sia propria questa separazione ad alimentare tutte le nostre contraddizioni. Il vuoto è la separazione. Napoli è fatta di storie che non s’incontrano. Sono scritte nello stesso libro, l’indice li tiene separati.
Ogni perdita arriva sempre inattesa perché è sempre troppo presto che arriva. Quest’anno si sarebbe festeggiato il suo compleanno, in aprile, ieri si è celebrato il compleanno della sua vita. Quante volte l’abbiamo visto in quel salone delle conferenze, in ascolto, in disparte. Seguiva i relatori che alimentavano idee e passioni da quel tavolo che tante volte è stata una mensa di sapere. Chiunque ha incontrato Gerardo, ha sentito sempre la sua intimità, perché dava tutto. L’intimità è semplice, ingenua, giovane sempre, adolescente, è un’intima età, quella innocente. Gerardo nominava sempre e solo i giovani quando parlava della cultura. Il suo impegno erano le borse di studio, era l’impegno più importante che faceva indietreggiare tutti gli altri. I libri sono rimasti senza sede, anche questo è simbolico, dice di qualcosa: quei libri senza libreria sono un rimprovero alla Città, forse dicono anche che i libri non devono restare chiusi ma essere aperti nella voce di chi, avendoli appresi, li racconti.
I giovani sono il futuro quando è dato loro accesso alla cultura. È una strana parola “futuro”, perché quel “fu” ti fa pensare a un passato remoto partecipato all’avvenire. Futuro è quello che si racconterà come passato di quello che è il presente adesso. Non ci manca allora il futuro, manca la raccontabilità del presente. Non manca il futuro ai giovani, manca il racconto. Il corpo di Renato coperto dal lenzuola in strada non si può raccontare. Renato aveva perduto il racconto del sogno, qualcuno glielo ha strappato dal petto.
Ieri all’Istituto c’erano tutti, la Città ha risposto. Gerardo non era più in disparte ad ascoltare, era là perché ognuno ascoltasse quello che la sua vita gli suggeriva. La parola a lui dovuta. Continuo a pensare a quel legame tra giovani e cultura quasi ossessivo nella sua voce. Renato era giovane. Se ne è andato in quel modo, senza sapere di Gerardo. Questa separazione è la nostra contraddizione. Ancora di più in questi giorni che si parla di criminalità, di nuove generazioni di violenze, di un terrorismo tutto nostro. Si fanno analisi, si cercano comparazioni, si fa letteratura. Ci sono gli esperti che sanno tutto e non possono nulla. Alla fine s’invoca l’esercito e la scuola. Puntualmente arrivano le documentazioni. I significati che si danno sono il nostro ritardo sulle cose, arrivano dopo, sono postumi, si danno quando tutto è finito. È il senso che manca, mancano le voci.
Il contrasto si agisce con l’inversione. L’evasione scolastica si combatte solo con l’“invasione scolastica”. La scuola deve fare strada, deve farsi in strada, le piazze devono diventare aule, le case segreterie e sale di ricevimento. Bisogna organizzare Postazioni Etiche e non Postazioni di camionette militari. Abbiamo bisogno di un’altra forma ed espressione di polizia, se la parola indica ancora l’assetto della polis, della città. È la Città che deve farsi scuola.
La cultura non può restringersi nel cerchio di una proprietà che appaga. “Cultura” è ancora un participio futuro, come “letteratura” che indica le cose che si leggeranno, la cultura chiama le cose che si coltiveranno. Non basta sapere questo e quello, ogni sapere è espressione di un bisogno che viene dall’esigenza della condizione umana che viviamo. Viene da una mancanza, diceva già Aristotele. Paltone diceva che viene dal desiderio, che si attiva con l’anamnesi, con la memoria di quel che non si è vissuto. Questa memoria che non ripete il già stato, questa memoria di quel che non è stato vissuto è propriamente l’esercizio culturale della filosofia. Non può essere tenuta al chiuso. La filosofia va portata fuori le mura. Deve invadere la città.
Sui banchi di scuola abbiamo letto le pagine di Vincenzo Cuoco che spiegava come quel sogno di Repubblica del ‘99 fosse stato infranto, perché c’era una netta separazione, tra chi aveva la cultura e la gente che non ne sapeva niente perché costretta da bisogni di sopravvivenza. Tra quei filosofi della rivoluzioni e il popolo c’era il vuoto della separazione. Gli e gli altri andavano a vuoto. Quanta rabbia ci dato leggere quelle pagine di Vincenzo Cuoco, quanto abbiamo sofferto la sua “analisi del reale”, suonava come un rimprovero inaccettabile. Quel il limite è ancora là, come un muro e non come una soglia da attraversare. La nostra è una Città troppo avanti e troppo indietro. C’è come un eterno passato presente e un eterno futuro presente per riprendere diversamente l’immagine dell’eterno ritorno di Nietzsche e di quel attimo, exphaines, di Platone. Noi stiamo sempre su questo attimo che separa, su questo presente diviso in una direzione e in quella ad essa opposta. Intanto il sarto dei Quartieri sta là tutto il giorno a capo chino curvato sul bancone. Lui non è un eroe. Non lo è nemmeno il ragazzino che apprende un mestiere in una fabbrica da sottoscala. Poi ci sono le dimostrazioni di potere, gli spari, i corpi gettati a terra. Poi ci sono gli incontri in carcere. Ad uno ad uno sono tutti buoni, ascoltano e vogliono essere ascoltati. Insieme non stanno stare, non sappiamo stare insieme.
Dobbiamo allora capire perché i libri di Marotta stanno là senza ospitalità. Come lo sono anche i libri dei Domenicani depositati a Barra dopo che è stata smantellata, e restaurata, la biblioteca che fu di San Tommaso. Dobbiamo capire perché non passa la cultura.
Ieri siamo stati al PAN a presentare il calendario di “filosofia fuori le mura” “per una città che diventi scuola”, erano in tanti a seguire e con tanta attenzione. Ringrazio ognuno. Nessuno può operare alcunché da solo, come nessuno è libero da solo, la libertà è fatta di legami, anche la legalità, prima che giuridica, è affettiva, riguarda i legami, viene dall’affezione alla città. Solo con l’affezione si dà partecipazione. S’impara, si apprende, si coltiva, l’affezione è culturale. A Gerardo devo la vicinanza a Gadamer. Stupivo ogni volta quando parlavo con lui, non diceva mai “io penso che”, diceva sempre “io ricordo bene quando”.
Il sapere è un possesso senza proprietà. È mio ma non di me. L’ho appreso, studiato, ho ascoltato, ho incontro. Mai potrò restituirlo come mi è stato dato, perché non sarà lo stesso o chi me lo ha dato non c’è più. Dovrò restituirlo a chi non lo ha avuto o lo ha perduto. Non sarà quello che mi è stato dato, la restituzione è sempre imperfetta, bisogna restituire all’imperfetto, al tempo del racconto. A Gerardo dobbiamo la restituzione di tutto quello che ci ha dato. Bisogna raccontarlo, restituirlo a chi non lo ha avuto o lo ha perduto, nei quartieri, nelle strade, nelle piazze.
I Greci avrebbero raccontato un mito, avrebbero narrato di come a poca distanza moriva un giovane e chi ai giovani legava il nome della cultura perché la Città potesse trovare la sua intimità, la Napoli interiore. Occorre raccontare e non solo ciò che fa scalpore. L’azione della filosofia è vedere quel che manca in quel che c’è perché ciò che c’è sia veramente quel che è. Non è un giro di parola, lo si comprende immediatamente quando si tratta di vedere cosa manca alla mia città perché sia veramente quel che è. (gf)

Sarto