Riguardare la Città

Io quell’albero l’ho trascinato, correvo insieme a tutti gli altri, ci davamo il cambio, venivamo dai ponti della direttissima. In squadra. Eravamo dei bambini. C’era chi avanzava perlustrando la zona, potevano esserci quelli del quartiere vicino, che ci avrebbero sopraffatto e preso la legna. Qualcun altro di noi correva ai lati. Avevamo le tasche dei pantaloni imbottite di pietre, per difenderci da ogni possibile assalto. Il petto era invece imbottito di ansia e di quella gioia mescolata a tante altre cose, tutte nostre. Andavamo anche casa per casa a chiedere della roba vecchia da bruciare. Quando si ricavava qualche sedia rotta o anche un tavolo, era una cosa grossa. Cominciavamo la raccolta subito dopo la Befana. Avevamo il nostro deposito sorvegliato o conservavamo ognuno a casa propria quello che riuscivamo a raccogliere. Le mamme cucivano il pupazzo di carnevale, ma era l’anno vecchio ed era “a vecchia ‘o carnevale”. L’avremmo messo su, in cima alla catasta. Qualcuno rimediava qualche botto di capodanno, ma non era importante. La sera era importante.

Stavamo tutti là intorno ad accatastare la legna. C’era chi più esperto accendeva il falò e noi tutti intorno a immaginare quel che il fuoco ci faceva pensare. Non sapevamo quello che avremmo poi letto sui libri. Non sapevamo niente di quella storia di cui eravamo ancora i continuatori. Il nostro era un sapere orale. Sapevamo che era il giro del giorno verso il nuovo anno. Quello vero, più di capodanno. Sapevamo che si buttavano le cose vecchie, intirizzite dal freddo di quei giorni, era l’anno vecchio, per le cose nuove, per il nuovo anno. Sapevamo che era da sempre che si faceva e che ci apparteneva. La cosa più bella era ritrovarsi tutti in strada intorno a quel fuoco, non eravamo solo noi, i piccoli, c’erano tutti. La strada diventava una grande stanza con quel cammino acceso. La cosa più bella che ricordo, e me ne resta addosso il sapore, era quando lentamente le fiamme cedevano, allora restavano a terra i tizzoni ancora infuocati. Si andava così tutt’intorno a riempire i bracieri per portare il calore nelle case.

Ho sempre cercato i falò del 17 gennaio a Sant’Antonio. Ricordo pure la chiesa, quel largo all’entrata di Borgo Loreto, dalla parte di piazza Carlo Terzo. C’erano gli animali che venivano portati alla benedizione davanti a quella chiesa. I falò però restano la cosa che più desidero ogni anno di ritrovare. Ho letto poi che era la festa antica dell’inizio dell’anno dopo la seminagione. La terra cominciava a gonfiarsi di frutti, si annunciava la stagione che sarebbe arrivata con la primavera. Era una delle festività legate a Cerere, a Demetra, alla Madre Terra di cui si contavano gli anni e le stagioni. In fondo si festeggiava il suo compleanno che era un cominciamento, un nuovo inizio, un ciclo di vita. Noi eravamo ignari festeggianti di tutto questo, non lo sapevamo, ma lo sentivamo benissimo. I più grandi lo raccontavano in maniera approssimativa come si raccontano i miti che si perdono nel passaggio da una voce a un’altra. Racconti senza confessioni.

Sono anni che leggo il divieto, la polizia, il sequestro. Sono anni che i falò sono del tutto clandestini. So però che ancora in qualche paese è organizzato dalla stessa Amministrazione Comunale. Dovrebbe essere così. Si dovrebbe dare la possibilità di mantenere questa festa che poi è quella che arriva fino al Passaggio, alla Pasqua, ed è un festa della vita della Terra. Invece accade che i ragazzi devono continuare a viverla in clandestinità. Devono sapere solo che è una cosa vietata e non ritrovare in un gesto il rito di passaggio del ciclo della vita. Devono essere smemorati di un’appartenenza propria che resiste malgrado non si sappia perché. Questioni di sicurezza, si dice, non credo però che la sicurezza reclamata sia senza la cancellazione di una memoria che dovrebbe essere almeno raccontata. Alla fine viene vietato quel sapere, quella cultura, quella partecipazione, quella spiritualità della vita materiale, il suo bisogno. Questioni di sicurezza.

Il punto è proprio questo. La mia città vive di questa sofferenza, costretta a una forma di vita importata e mal sopportata. Basterebbe dare senso istituzionale a queste forme di festività, conservarle facendone istruzione di una memoria, non lasciarle al pericolo della casualità e alle bande dei quartieri, ma promuoverle, organizzarle, perché fanno parte della calendario di una comunità. Qualcuno, ecco, griderà subito al populismo e a quel “festa farina e forca”. In cambio c’è però “dispersione carcere e droga”. Siamo così lontani dalla gente che continua a conservare forme di vita propria in clandestinità. Ora ci sono i più piccoli a fare da economia illegale e spari per strada. Sono gli stessi dei fuochi di Sant’Antonio. Ancora loro, sono bambini senza infanzia, le madri hanno pochi anni più di loro, li hanno avuti a quattordici, sedici anni, se non prima. Sono separate, stanno con un altro padre di altri figlie, e molti di quei padri vanno e vengono dalle comunità di recupero o dal carcere, sono drogati o stanno altrove, emigrati o presi nel traffico di droga e del malaffare. La distanza generazione di età si è assottigliata. Prima si era grandi già a vent’anni, ora a quaranta si è ancora come ventenni. Siamo tutti stretti in un presente senza tempo e senza età. Dentro questa stretta c’è anche la violenza che i più giovani fanno agli anziani.

Ci sono i ragazzini che confezionano con le mamme bambine le buste della droga per chi viene a comprarle da ogni parte e da ogni ceto della città. C’è chi li procura. Sulla stessa strada di chi confezione bustine di cocaina ci sono gli artigiani, quelli che lavorano nei sottoscala, in nero, veri maestri, lo si vede nei gesti e nella cadenza della loro voce quando ti parlano, li trovi assorti e non è facile che ti rivolgano la parola, lavorano. C’è il sarto e chi lavora pellame, il falegname e il ferraio e ancora ripetono gesti per forme tramandate a voce. Ci sono i negozianti, quelli che vengono dal mercato ittico e ortofrutticolo e ci sono quelli che escono a cercare “dove esce il sole”, perché è ancora così, come si diceva una volta. Ci sono infine gli artisti, i creativi. Ci sono ancora i nobili e i borghesi di uffici, convivono con questa realtà ma da fuori, ne parlano per folklore, per vanti, per aneddoti e per camorra, che nemmeno è più tale, perché quella di adesso non per il potere, ma per l’arricchimento smodato, spietato e sprezzante.

Bisogna capire che in questione sono gli spazzi territoriali, le zone, i quartieri, i rioni. Non è questione di traffico di droga, ma di controllo di territori, altrimenti non si spiegano certe forme di guerra. Il disagio sociale non giustifica l’abbandono istituzionale. È un disagio che non arriva a lotte sociali, perché è un disagio sottomesso, funzionale, controllato. I territori sono abbandonati, senza luce, non solo di scarsa illuminazione di strada, ma assenza di luoghi che fanno luce dentro i pensieri e l’attenzione di chi ci vive. I ragazzi fanno tanto, occupano, creano associazioni, ma restano chiusi, si ripetono stanze di separazioni. Il controllo del territorio è la partecipazione di chi ci vive. È l’educazione alla comunità, non l’istruzione delle coscienze, ma l’educazione dell’anima, dei sentimenti, degli affetti. Alla evasione scolastica si può rispondere solo con l’invasione scolastica. Non basta neanche più la “scuola aperta”, perché è necessario che il quartiere si faccia scuola. Filangieri prima e De Sanctis poi provarono a pensare in tale prospettiva, indicavano finanche l’importanza di luoghi per attività di educazione fisica, centri sportivi, si direbbe adesso, ma non lasciati al tempo libero e al buonismo, perché siano educativi devono essere istituzionali. Se non si liberano dalla dispersione e dalla spaccio della criminalità tutte le energie, le forme di attività diffuse, i lavori non riconosciuti e negati, se non si accorcia il rapporto tra legalità e legittimità che restano del tutto separate, se non si arriva a una vicinanza istituzionale di voce, di parola, di presenza, se non si tengono lezioni all’aperto, teatri in strada autorizzati, assemblee, se non si attivano le associazioni sul piano istituzionale ci sarà sempre quello scarto tra cultura dei territori, quel senso di comunità distorto e soffocato, se la comunità non diventa sociale ma viene lasciata all’associazionismo, non c’è possibilità di combattere crimini e misfatti. Bisogna capire in ogni male il bene che viene soffocato e liberarlo. I confini di una città sono confini di voci, una città arriva fin dove la voce ha parola, quando si spegne in un grido o resta soffocata dalla violenza, la città finisce.

Perché mi metto a scrivere queste cose? Perché penso che la città si deve fare scuola. Deve ritrovare, se mai ci sia stata, l’educazione alla comunità sempre perduta e confinata nell’intimità vietata. Continuiamo a viverla in clandestinità. Napoli è interiore. Siamo una comunità senza società. È questa la nostra identità, quella che ci fa diversi, perché viviamo la stessa lingua dentro la nostra propria vita. Altrove c’è società senza comunità, la gente non si parla e non si conosce, diciamo, vivono sommersi dallo scambio, senza tempo e stagioni. Da noi c’è ancora il personaggio del quartiere, ci sono ancora le maschere che rappresentano i tipi di strada. Parliamo per versi, per frasi già composte, per gesti. Siamo comunità, senza società. Senza alcuna mediazione economica che bilanci l’una e l’altra, siamo irrappresentabili, non c’è rappresentanza che sappia e capisca. Lo Stato è presente alla stessa maniera di quelli che dice che combattere per la legalità. Lo Stato è presente per le tasse, per la burocrazia, per i timbri e le cartelle, lo vedi negli uffici postali affollati, in divisa, è uno Stato al quale non viene riconosciuta la patria podestà. Lo Stato è carcere e scuola d’obbligo, da dove si evade e ci si disperde. Il Potere in questa Città è sempre stato separato. Quando ha lasciato fare ingannava. Non dava niente. È sempre stato estraneo, straniero, di un lingua diversa che è però caduta nelle voci della gente che l’ha assimilata, storpiata. Qui se la frase non “suona” le si cambia il senso e il ritmo, diventa un’altra, propria. Siamo ancora costretti a fare propria la forma di vita che non ci appartiene.

La colpa non è della scuola, ma della Città che non si fa scuola. Dispersa nelle sue comunità senza riuscire a farsi società, a misurare nelle regole le relazioni. Si viaggia su un codice non scritto e conosciuto da tutti. La politica deve essere educativa, è il solo investimento d’innovazione che le si può riconoscere. Non è il posto fisso, finito ormai da sempre. Non è nemmeno l’investimento in quel o quel settore che dura il tempo della sua proclamazione. Bisogna liberare l’economia sommersa, quella nascosta. Vietata. E non è certo quella della tratta e della droga, ma delle tante energie e invenzioni. Ancora è lo scarto tra legittimità e legalità, tra il giusto e il diritto, che meglio sarebbe spigare come lo scarto tra il diritto e il distorto.

La Città deve farsi scuola, i territori, quartieri, rioni, zone vanno costellati di «postazioni etiche», di centri di voci, dove si dà ascolto, perché ascoltare non basta, bisogna «dare l’ascolto» perché chi si racconta in parole sappia da se stesso quello che pensava di non capire. Le «postazioni etiche» sono luoghi di racconti, di comunità, di solidarietà, un luogo di richiamo per donarsi il tempo, per un’economia della vicinanza e prestante di uno all’altro. Non c’è questione personale che non sia comune quando quel personale s’impiglia nella dispersione e nell’evasione da se stessi, perché la vita è comune per quanto non abbiamo nulla in comune nella singolarità di ogni solitudine di sentimento. Non c’è dolore che non sia singolare, non c’è gioia che non sia comune. La realizzazione di sé non è senza la felicità degli altri. Non c’è cura di sé senza cura della vita. Non c’è cura della vita senza cura dell’altro, perché è l’altro che che viene e ci presenta la vita nella sua nudità disperata e felice. Dobbiamo apprendere un nuovo sillogismo, non più quello del saggio  morente. Si ha cura di sé quando si ha cura della vita / la vita è l’altro che viene a presenterla / la cura di sé è la cura dell’altro che viene. Questo sillogismo che dobbiamo apprendere come un cerchio in cui le parole ci trattengono felici. La cura di sé è cura dell’altro della vita. Quello che viene. L’altro è l’al di là di ognuno. (gf)

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