2017

14195303_10210551553370210_7105295316109346047_o

Il bene viene dopo il male, non prima. Ci auguriamo a ogni giro dell’Anno il bene che cacci il male che abbiamo visto e vissuto, fatto e subìto. Ci auguriamo che non succeda quel che è accaduto. Gli auguri dell’anno nuovo scivolano sulla “serenità” e la “felicità”. È l’augurio che non accada nulla. Prima del male il bene è ciò che non sappiamo, è quiete, tranquillità. Non è però questa la felicità. Aristotele diceva che era “energheia”, un “operare interiore”, “energia” che nel suo grado più alto era volgere il proprio sguardo tutt’intorno. Vedere insieme. Nessuno è felice da solo. Anche la felicità è fatta di legami e quella che dà energia in sommo grado è la felicità di tutti. La realizzazione di sé non è senza la felicità degli altri. Chi pensa di realizzare se stesso non è felice, sarà anche soddisfatto. Il desiderio però non si soddisfa, si libera. E nessuno si libera da solo.

Prima del male non c’è nulla, e che non accada nulla di male è la felicità. Prima, forse, non c’era nulla e niente accadeva. Poi arrivarono le divisioni, i confini, i tempi, il dopo, le spiegazioni, le cause, e chi ha cominciato prima veniva indicato a punizione di chi seguiva dopo. Ed era ancora un prima quel dopo, in un continuo scambio di rivendicazioni. E stiamo a pensare che quel nulla era tutto e che tutto è nulla. Non è però così. Siamo qui. Ed è questo sater ad essere che reclama l’energia della felicità.

Dovremmo raccontarci le favole di un Prima, raccontarle ai bambini, ritornare noi stessi bambini e dire Ecco, prima non c’era il male, non accadeva nulla. Il bene non si fa. Il male si fa, il bene si dà, dando se stessi. Il male è banale, il bene però non è normale, nessuno se lo aspetta. Col bene è attendere quel che non si aspetta. Chi dà bene fa del dare il proprio essere, non aspetta niente in cambio. Saremo tranquilli e felici quando non proveremo a spiegarci cose e situazioni, perché ci ritroveremo, così, semplicemente in relazione, com’è nostra condizione. Anche le favole vengono dopo. Ora però avviene che proprio le favole, la semplice vita c’è chi prova a cancellare.

Berlino e il mercatino di Natale. Capodanno e ancora un Natale che si veste d’amaro a Istanbul. Che strano trovarsi a riflettere come un tempo fossero i simboli del potere, palazzi e suoi rappresentanti ad essere colpiti da chi immaginava alle proprie spalle cortei di persone e una rivoluzione. C’è però che le rivoluzioni popolari non hanno bisogno e voglia di un capo, s’impongono da sole. C’è però dell’altro ancora, le popolazioni in corteo che vediamo sono migranti. Lunghe file ai confini. Alla ricerca semplicemente di vita, come per l’acqua a dissetare l’arsura della disperazione.

Non vengono migrano per scelta o desiderio, ma perché spinti da chi distrugge le loro case, da chi li caccia via facendone proiettili vaganti, migranti, destabilizzanti. È un assurdo commercio d’armi e di persone. I complici che li organizzano da una parte all’altra del mare si confondono. Gli sguardi sono inconfondibili. Sono di uomini e donne. Gli occhi sono quelli di ogni nostro bambino, le mani sono quelli di ogni donna e di ogni uomo, sono le nostre stesse mani. Moriamo su barconi che affondano per mare e moriamo per strada a Berlino, a Nizza falcidiati da un barcone con le ruote, mentre è estate, mentre è Natale, mentre è Capodanno, mentre è un giorno qualsiasi per mare. Sono gli stessi corpi. Cacciati e falcidiati, migrati.

Chi uccide non può guardare in viso, non può incrociare gli occhi, l’arma gli s’inceppa. Bisogna vedere corpi senza nomi e storie, senza voci e volti, senz’anima. Il Siriano che ha ucciso l’Ambasciatore e ha aspettato la sua fine, a vederlo quel giovane, agile, forte, parlava di quel che succede ad Aleppo, pensava a quella gente dispersa, la sua gente, e le case distrutte. È la disperazione. Che cosa però pensava chi usava il Tir e chi il Kalashnikov. Cosa vede? Cosa pensa? Cosa sente?

«Papé Satan, Papé Satan Aleppe», da ragazzo, a scuola, quel verso di Dante l’ho sempre ingenuamente associato ad Aleppo, la città antica, dall’altra parte, il rovescio del mondo. Ed ora Aleppo è rovesciata. Ripenso incredulo a quel che immaginavo.

In questa guerra non ci sono obiettivi politici. Si colpiscono le abitudini, si colpisce la gioia degli altri. Non ci sono spiegazioni. Non ci sono cause e ragioni che possano dare ordine di un prima e un dopo. È una catena di follia. Non ci sono cause che giustificano. Una guerra senza storia. Non c’è più la storia che si possa raccontare.

C’è stato chi si è meravigliato che chi colpisce solo “lupi solitari”, che hanno trovato in carcere la via del loro crimine. Il carcere produce i carcerati. La disgregazione produce la disperazione. È tanto più chiaro che gli obiettivi non sono politici, perché si è solo disperati, infatuati, il confine con lo squilibrio personaleè cancellato dagli squilibri sociali e territoriali. È facile diventare uno che è contro tutti gli altri. SI può ammazzare chiunque, anzi è ammazzando chiunque capita che si colpisce il giorno. È una guera solitaria contro la vita, più vicina al suicidio. Il Potere è altrove e non è più politico, non riguarda la libertà. Non sorprende allora che le dichiarazioni del “politici” di turno, capi di Stato e di Governo invitino a non perdere le nostre abitudini e di tornare alla normalità. Ed è questa normalità che produce anormali e anomalie.

«Non è successo niente», dice la Normalità. «Riprendiamo la nostra vita», ripete la Normalità. Così anche qui, nel Bel Paese, se a un referendum popolare la popolazione risponde con un «No» di rifiuto, «Non è successo niente», ripete la Normalità, il governo che segue quello rifiutato è guidato dal maggiordomo del signore che c’era prima. Uguale, in continuità. normale. Il potere e la politica sembrano perdersi per sempre, su strade opposte, lasciando alla disperazione il voto che verrà, il vuoto che verrà. Basta uno che grida, uno che fa la battuta e tutto il resto viene così come va. Siamo migranti in corteo di protesta contro quello che non c’è.

Siamo migranti di ideali e desideri. Ci dicono che non c’è lavoro, perché semplicemente non garantiscono le condizioni di continuare a fare quello che facciamo nel volontariato sociale, nell’occupazione di liberazione di spazi urbani, non ci fanno coltivare, si salvano le banche e non le scuole, si tengono a freno le energie, si arriva sempre ad un’attesa cautelare quando si è sul punto di liberare le vocazioni. Ci lasciano il treno della migrazione, c’è chi viaggia in prima classe, chi in seconda, chi in terza, chi in quarta sui barconi.

Aristotele diceva che la felicità, «eudaimonia», quello stare bene dentro se stessi, è un operare da dentro, diceva che è “energheia”, energia. Poi però chiariva che il grado più alto della felicità si dà con la “Theoria”, con la Contemplazione. Diceva che questa era “energia”, un’attività, e non come un guardare con il naso all’in su il cielo e le stelle di notte in attesa di un desiderio o di un disastro, cioè di un cadere delle stelle, de/sidera, o degli astri. Quell’energia della contemplazione non è di uno  chiuso in se stesso, ma del guardarsi insieme, contemplare, tutt’intorno, in uno sguardo circolare in cui vedere se stessi nello sguardo di ogni altro. Chi uccide non può farlo, non ha nemmeno più uno sguardo. Vede il vuoto, guada cose, corpi, odia.

La felicità è un stare, non è un fare, è operare da dentro se stessi, da dentro il mondo, è uno stare ad essere, per diventare quello che si è, vivere. Non ci si deve augurare del nuovo anno quel che il vecchio non ha dato. Bisogna guardarsi intorno e rivedersi insieme.

I vecchi hanno la saggezza della consapevole fragilità dell’esistenza. La saggezza dei giovani è viverla con pudore. La felicità è la libera fragilità dell’esistenza avuta in dono dalla vita.