Lo Stato senza Società

Prendere parola sull’Europa – ora – non è facile, ma è necessario. Si deve a se stessi. Che sia la Grecia a rompere il cerchio della sudditanza appare come l’effetto di una nemesi divina, quasi sia ancora Zeus a ripudiare Europa che prima aveva sedotta, e violentata, nelle sembianze di un toro bianco, espressione di una provenienza di gente diversa senza il colore del sole. Fu l’inclinazione buona della cultura dal Mediterraneo verso le terre interne del continente. Europa significa “buona virata”, “buona sterzata”, “deviazione favorevole”. Il mito fa risalire l’origine anche al matrimonio per rapimento ovvero all’espressione propria della cultura popolare mediterranea della “fujtina”, della “scappatella”. Diciamo pure così, l’Europa ci è scappata dal Mediterraneo, “fujuta”, fuggita, emigrata anche, forse, data in sorte. Zeus in quel caso rappresentò il destino di quella svolta del mediterraneo verso il continente. (L’immagine della pubblicità dell’“estratto di carne” della “Liebig” lo ricorda benissimo) Un mito sofferto, poco frequentato e raccontato perché comunque di una deviazione si è trattata, per quanto accettata come i matrimoni riparatori di una volta. È sempre difficile mantenere buoni rapporti in questi casi. Il richiamo, che ne è venuto in seguito, alla cultura ellenica, come posta alla base dello sviluppo dell’Europa, suona ancora come racconto di un mito di cui liberarsi. L’Europa è la nostra Cultura, diciamolo meglio però. È la cultura del Mediterraneo adattata alla scienza moderna occidentale. Il conflitto tra Scienza e Cultura emerge a sussulti, costantemente, e pone a destino proprio dell’Europa la Crisi, non come momento, ma come appunto destino dell’Europa. È innanzitutto “crisi delle scienze” e delle idee, della politica e dell’economia ovvero di ogni azione e sapere calcolante. È la Krisis spiegata nelle pagine di Husserl, e che ritorna nelle forme del nichilismo, ma che è anche quella che ha permesso degli avanzamenti e dei ripensamenti dello sviluppo dei saperi e della politica. La “Crisi” è costante e dice dello scarto, inadeguabile, tra scienza e filosofia. Una tale inadeguatezza cela lo scarto di cultura nascosto dentro il tormentato divario tra Nord e Sud. Accade spesso di nascondere nella carta geografica quello che è una divergenza di cultura, che diventa evidente nella geopolitica dominante.

Le spiegazioni lasciano il tempo che trovano e fanno perdere quello da trovare. È piuttosto sulle decisioni che è necessario arrivare. Le divisioni non guastano, sono come doppie visioni, molteplici. Il problema è tenerle insieme senza aprire nuove frontiere, che ripetano Nord e Sud, Oriente e Occidente. “Condividere” è tenere insieme le divisioni. Ora si tratta di mettere insieme la cultura, non in forma di nostalgia del passato che fu, con un’economia che non sia quella finanziaria del presente. Per l’Europa “tenere” la Grecia è mantenere la cultura critica del ripensamento, per cui scienza e filosofia, scientismo e cultura, economia e stili di vita, etica e politica stiano insieme. Sul nome della Grecia è di questo che si discute, di Etica e Politica.

È questo il tempo in cui l’organizzazione del rapporto Stato e Società si è disciolto, l’Illuminismo ha chiuso per sempre i suoi battenti. L’Europa nasce come CEE e ora come UE per fronteggiare guerre e divisioni, frontiere e separazioni. Già Kant si augurava che si realizzasse come federazione di Stati Uniti, mentre imperversava la guerra. Con l’Illuminismo si aprì il corso del rapporto Stato e Società con la fine dell’assolutismo. Fu il tempo della nascita dell’economia politica, della scuola pubblica, dei servizi sanitari, della costruzione delle città. Ora siamo giunti alla fine di quel rapporto tra Stato e Società che ha conosciuto tentativi di soluzioni radicali come scioglimento della Società nello Stato tra socialismo e comunismo, finendo nella dissoluzione del liberismo dello Stato “alleggerito” della Società privatizzando le istituzioni. Tra Stato e Società si sono espresse le rappresentanze politiche di classi, indirizzi di idee sociali in conflitto di progresso. Tutto questo è finito, con la fine del rapporto Stato Società sono decadute anche le rappresentanze che ne facevano da mediazione. Siamo ora ad uno Stato senza Società.

Al proletariato si è sostituito il precariato diffuso. Se il proletariato aveva solo la prole a suo destino, il precariato non ha neanche più la propria esistenza come progetto di vita.

Lo Stato senza Società significa la riduzione progressiva dei servizi sociali e l’assunzione delle associazioni come sua sostituzione, dalle carceri agli ospedali, dai servizi pubblici alla scuola, sta nascendo una nuova prospettiva di organizzazione della vita che si dice “dal basso”, che più esplicitamente è da ognuno, dalle persone, dalla propria vita e perciò anche dai propri desideri, passioni e sogni, dalla gioia. La liberazione dei luoghi dismessi dalle funzioni di strutture di un’economia in disfacimento significa l’attivazione di nuove forme di economia e di cospirante ospitalità di persone e stili vita diversi. Al fondo cambia il rapporto tra valore d’uso e valore di scambio dell’economia politica, cambia il rapporto tra possesso e proprietà nella prospettiva di un possesso senza proprietà. Ai soggetti sociali, alle classi, si sostituiscono i territori, sono questi adesso i soggetti sociali, annunciati dalle lotte per l’ambiente, ma che significano di fatto nuovi soggetti sociali per i quali l’abitare e, perciò, l’etica e i legami sono da conquistare. Di tutto questo l’Europa dell’UE finge di non sapere niente. E quando un equilibrio non sa del suo movimento, comincia a vacillare e frantuma, a meno di non provare a ritrovare un altro passo su una nuova e antica strada ovvero dove la politica ritrova l’etica al suo passare.

Con il rifiuto del popolo greco a piegarsi al terrore dei “creditori” non ci si deve chiedere cosa succederà o quali conseguenze comporterà l’eventuale uscita o non uscita della Grecia dall’Europa per gli Stati che ne fanno parte con preoccupazione. La presa di posizione reclama una misura di confine assai precisa, e necessaria: la domanda è cosa vogliamo che sia l’Europa. Viene facile incitare a una Germaniaexit, ma sarebbe pensarla allo stesso modo di chi ragiona per inclusione/esclusione/reclusione. Fuori da questa logica è l’Europa dei territori, delle culture, è l’Europa del Mediterraneo. L’Europa non è non è una sola, dovrebbe essere questo il senso dell’Unione, non l’unità unica, l’Europa non è una moneta. L’Unione richiama sempre il plurale. Fin si è stati costretti a un euromarco insieme dissolvimento di ogni sociale ogni collegialità che sia la scuola o il lavoro, come le riforme “marcano”. Da tempo a scuola non si consegue il diploma di maturità, che indicava la formazione della persona alla società di cittadino, per passare al diploma delle competenze con gli studenti “prodotti” e “formattati” sulle esigenze di mercato del momento. È finita per sempre l’età dell’emancipazione ed della ragione, così come della coscienza di classe, in cambio c’è la farmacia dei diritti, per tenere buone le richieste del momento, e se i soggetti che li reclamano sono “portatoti d’interesse”.

Sono i corpi e le persone, sono i territori adesso i soggetti sociali. Adesso le classi sono i territori, del disagio e dell’agio, quelli esclusivi a fronte di quelli d’esclusione e d’abbandono. Il potere finanziario, che erode la sovranità dello Stato e dissolve la Società, prepara forme movimentate di potere che reclamano scelte, nuovi antagonismi. La vocazione dei territori è nelle voci di quelli che li abitano e li vivono. Questo l’Unione è chiamata a interpretare, la partecipazione delle voci.

GF

RAtto Europa